Non è un’economia di guerra, è una bomba al neutrone

Non è un’economia di guerra, è una bomba al neutrone

Carta di Laura Canali - 2015La crisi finanziaria ed economica originata dalla pandemia del nuovo coronavirus è diversa dalle due grandi crisi economiche precedenti. Sia quella del 1929 che quella del 2008.Due sono le caratteristiche del tutto nuove: la crisi riguarda tutte le economie del mondo e tutti i settori –agricoltura, industria e terziario, che già sono in uno stato di paralisi generale. Inoltre, evolve in tempi brevissimi.

La velocità con cui questa crisi si sta manifestando è impressionante. La perdita dei posti di lavoro negli Stati Uniti la scorsa settimana è stata di circa 3 milioni e trecentomila; la borsa di New York ha perso in un mese circa il 35% del suo valore. Tutte le borse mostrano oscillazioni smisurate che riflettono l’isteria e l’incertezza dei mercati finanziari. I tassi di interesse sui titoli spazzatura hanno raggiunto il livello del 2008 e ci sono problemi pure sui mercati creditizi.

Anche nelle due crisi precedenti la borsa di New York era crollata più del 50%, la liquidità era venuta meno, il reddito e l’occupazione erano sprofondati. Ma questo processo di disintegrazione dei sistemi economici impiegò tre anni per realizzarsi, mentre ora lo stesso è accaduto in poco più di un mese. In tutti i paesi assistiamo al crollo delle componenti della domanda aggregata, dei consumi, degli investimenti e delle esportazioni. La spesa pubblica rimane l’unica componente della domanda che è destinato a crescere.

Da quando è scoppiata l’epidemia in Cina, gli economisti discutono di come sarebbero state la recessione e la successiva ripresa. All’inizio della crisi si parlava di ripresa “a V”, cioè con un calo repentino del reddito e dell’occupazione nei primi due trimestri dell’anno seguiti da un’altrettanta rapida ripresa nei due successivi trimestri. Un danno economico non certo preoccupante. Successivamente, data l’evidente gravità della situazione, si è parlato di una ripresa “a U” ed ancora dopo di una ripresa “a L”. Gli ultimi dati mettono seriamente in dubbio anche quest’ultima ipotesi. Le recenti previsioni dell’Economist sulla crescita dei vari paesi sono impressionanti: Cina 1%, Italia -7%, Giappone -1,5%, Russia -2%, Arabia Saudita -5%, Regno Unito -5%, Usa –2.8%. Pil mondiale -2.8%. Altrettanto impressionante è come queste previsioni siano profondamente diverse da quelle elaborate neanche un mese fa, il che indica che l’incertezza è talmente forte che l’orizzonte temporale in cui avvengono le decisioni è brevissimo.

Non solo la velocità di questa crisi è diversa dalle crisi precedenti, ma anche il linguaggio adottato per descriverla è cambiato. Si usano espressioni come economia di guerra, struttura sanitaria in prima linea, confinamento delle persone nelle proprie case – un coprifuoco esteso a tutta la giornata. Mario Draghi ha cominciato il suo articolo sul Financial Times scrivendo “We face a war and we must mobilize accordingly”; il cancelliere dello scacchiere Sumak ha affermato che le misure attuali non sono mai state prese in tempo di pace e che mai il governo aveva disposto di chiudere i pub.

La situazione attuale ha alcune somiglianze con una economia di guerra, ma per fortuna ci sono anche grandi differenze. In guerra, la produzione aumenta convertendosi alla produzione di armi e diminuendo quella dei beni di consumo. Per non produrre inflazione, normalmente si adottano forme di razionamento e controllo dei prezzi.

Quello che sta avvenendo oggi, usando sempre un linguaggio bellico, è più simile all’esplosione di una bomba al neutrone, che lascia edifici e infrastrutture intatti ma uccide le persone. Nell’attuale situazione le persone non vengono uccise, se non dal virus, ma non possono lavorare per via delle misure prese per contenere la pandemia. La maggior parte di questi lavoratori appartiene al settore terziario, che è immediatamente colpito poiché le misure di distanziamento sociale rendono impossibile la produzione di servizi che richiedono la contemporanea presenza dell’erogatore e del consumatore. Ben il 70% della forza lavoro nelle economie avanzate è impiegata nel settore dei servizi. Crollano in questo modo la domanda interna e quella estera, dato che le imprese manifatturiere diminuiscono produzione e occupazione, rinforzando il processo.

Le risposte delle autorità di politica economica negli Usa e in Europa sono state simili. La prima reazione di fronte all’ibernazione dei sistemi economici è stata quella di fornire liquidità per impedire una crisi di insolvenza con conseguenti fallimenti e chiusura di imprese. Sia la Federal Reserve che la Bce hanno imboccato questa strada, scontando quasi tutti i titoli finanziari salvo le azioni – ma se sarà necessario, avverrà anche questo. Si comincia a parlare della nazionalizzazione di grandi imprese in difficoltà, un tabù fino a qualche settimana fa: in Germania Tui, in Italia Alitalia. Negli Stati Uniti deve essere salvata la Boeing, in Francia Macron ha parlato di nazionalizzare Airbus (di cui Parigi è socio di maggioranza). Il crollo del commercio internazionale e del turismo sta facendo le prime grandi vittime tra le compagnie aeree.

Fornita liquidità immediata per impedire il crollo del sistema economico, rimane il problema di aumentare la domanda. È necessaria quindi una politica fiscale che favorisca investimenti, sussidi e redditi a coloro che non possono lavorare a causa delle misure per combattere la pandemia. Gli Stati Uniti hanno adottato una manovra fiscale pari a due trilioni di dollari (il 10% del reddito nazionale) con conseguente aumento del deficit e del debito statale. Misura che Draghi vorrebbe adottata nell’Unione Europea, ma che si scontra con l’opposizione della Germania, affiancata da alcuni alleati economicamente insignificanti.

Questa crisi economica non è soltanto diversa da tutte le precedenti: ridefinirà i rapporti politici fra le grandi aree mondiali in un modo che non possiamo ancora prevedere. (https://www.limesonline.com)

Redazione

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