Il conferimento del Premio Nobel per la Pace all’ex giudice della Corte penale internazionale Navi Pillay ha rappresentato l’elemento scatenante per l’adozione di un’incredibile stretta da parte degli Stati Uniti, culminata nell’annuncio ufficiale da parte del segretario di Stato Marco Rubio di sanzioni generali contro la CPI. La misura punta a paralizzare l’istituzione dell’Aia bloccandone le risorse finanziarie e vietando le transazioni, con l’intento dichiarato dall’amministrazione guidata da Donald Trump di procedere allo smantellamento dell’organismo. Le ragioni di Washington risiedono nella ferma opposizione ai mandati d’arresto emessi contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e nel timore di incriminazioni verso personale militare americano per le indagini condotte in Afghanistan, ribadendo come gli USA non si considerino soggetti alla giurisdizione di una Corte definita “fuorilegge”.

L’azione unilaterale americana ha registrato un’immediata levata di scudi su scala globale. Un gruppo di otto Paesi alleati, tra cui Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone, ha diffuso una nota congiunta per riaffermare l’incrollabile sostegno all’indipendenza e all’imparzialità dell’organismo giudiziario. Contestualmente, la Commissione europea ha espresso profondo rammarico e ventilato l’eventuale ricorso al meccanismo di blocco per tutelare le imprese dell’Unione e neutralizzare l’efficacia delle misure extraterritoriali statunitensi, facendo leva sul margine di sei mesi previsto prima dell’entrata in vigore dei provvedimenti. Anche i Paesi Bassi, in qualità di Stato ospitante dell’Aia, si sono impegnati a garantire la piena funzionalità e operatività delle strutture.

Dal canto suo, la Corte penale internazionale, per voce della presidente Tomoko Akane, ha respinto con fermezza l’iniziativa di Washington qualificandola come un attacco allo Stato di diritto e un tentativo intollerabile di ostacolare il corso della giustizia. L’impatto potenziale delle sanzioni solleva tuttavia gravi criticità gestionali, rischiando di paralizzare il lavoro di circa 900 dipendenti e di bloccare settori chiave quali i servizi bancari, le infrastrutture informatiche gestite su sistemi americani, il pagamento degli stipendi e la tutela operativa di testimoni e indagini. Nonostante le forti pressioni logistiche ed economiche, i vertici dell’istituzione creata dallo Statuto di Roma hanno ribadito l’intenzione di proseguire il proprio mandato a difesa delle vittime dei crimini più gravi.

Eliza Anton