La Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la nuova riforma elettorale presentata dal centrodestra, superando senza strappi l’incognita del voto segreto e trasformando il testo in legge. Il provvedimento è stato licenziato con 227 voti favorevoli e 164 contrari, registrando una partecipazione quasi totale da parte di entrambi gli schieramenti parlamentari. L’esito delle urne ha confermato la compattezza e la disciplina di voto della coalizione di governo: i franchi tiratori si sono rivelati ininfluenti, contati al massimo tra le 5 e le 8 unità, smentendo le ipotesi di spaccature interne. La compagine governativa si è presentata pressoché al completo, registrando esclusivamente le assenze giustificate per impegni di missione della premier Giorgia Meloni e del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre i gruppi di minoranza hanno schierato in prima linea i propri vertici politici, da Elly Schlein a Giuseppe Conte.
Il nuovo impianto normativo ridisegna l’architettura del sistema di voto introducendo un modello proporzionale con premio di maggioranza, caratterizzato da capolista bloccati senza vincolo sull’obbligo della parità di genere e dalla reintroduzione della possibilità di esprimere fino a tre preferenze. La Presidente del Consiglio Meloni, che nei giorni precedenti aveva posto un aut-aut sulla tenuta dell’esecutivo in caso di mancata approvazione, ha rivendicato l’esito del voto evidenziando la risposta unitaria del centrodestra. La premier ha sottolineato come la riforma restituisca all’elettorato la facoltà di scegliere direttamente i propri rappresentanti parlamentari — facoltà interrotta da oltre trent’anni — ponendo al contempo le basi per governi stabili, maggiore continuità e responsabilità d’indirizzo politico.
Di orientamento diametralmente opposto le reazioni delle opposizioni, che hanno contestato l’impianto strutturale della legge mettendone in discussione la legittimità costituzionale. I rappresentanti dell’alleanza progressista hanno annunciato l’intenzione di promuovere una serie di ricorsi alla Consulta con l’obiettivo di ottenerne il pronunciamento prima della prossima tornata elettorale. Nel corso delle dichiarazioni di voto, la segretaria dem Elly Schlein ha sostenuto che la maggioranza abbia approvato le norme sotto il condizionamento della paura delle urne, mentre il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e l’esponente di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli hanno duramente criticato la misura; Bonelli, in particolare, ha prefigurato possibili scenari di intesa tra il centrodestra e l’area che fa capo al generale Roberto Vannacci qualora non venisse raggiunta la soglia prevista per lo scatto del premio di maggioranza.
L’andamento della seduta è stato contrassegnato da accesi confronti verbali e momenti di forte tensione all’interno dell’emiciclo. Subito dopo la proclamazione del risultato da parte del presidente della Camera Lorenzo Fontana, ai festeggiamenti della maggioranza hanno fatto riscontro le vibranti proteste delle minoranze, culminate nell’esposizione di cartelli di protesta con slogan contro il provvedimento e sulla situazione salariale del Paese. Il dibattito ha visto anche un duro scontro personale tra Giuseppe Conte e l’esponente di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, innescato dall’ostensione in Aula di fotografie relative ai magistrati Falcone, Borsellino e Scarpinato. A margine delle operazioni di voto, si è infine rinnovata la polemica sulla presenza delle cosiddette “vedette” di Fratelli d’Italia, posizionate nei banchi più alti dell’Aula con il compito, denunciato dall’opposizione e minimizzato dai diretti interessati, di supervisionare la fedeltà di voto dei propri deputati.
Eliza Anton
