La nuova ondata di dazi annunciata dal presidente statunitense Donald Trump nei confronti di 60 partner commerciali ha generato immediate reazioni sul piano internazionale, pur delineando un quadro operativo con implicazioni diverse rispetto alle attese della vigilia. L’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) ha formalizzato l’entrata in vigore delle disposizioni della Section 301, le quali vanno a sostituire i dazi temporanei previsti dalla Section 122 applicati dallo scorso febbraio. La motivazione ufficiale avanzata da Washington punta al contrasto all’importazione di merci derivate dal lavoro forzato, ma il profilo strutturale più rilevante risiede nel nuovo meccanismo di calcolo: le aliquote del 10% o del 12,5% non si sommano più alle tariffe base della clausola della nazione più favorita (MFN), ma fissano un tetto massimo complessivo al 10% per un’ampia gamma di prodotti.

Questo ripensamento della struttura tariffaria si traduce in un esito più favorevole del previsto per l’Unione Europea, poiché le soglie definitive si mantengono al di sotto del limite del 15% pattuito un anno fa a Turnberry, in Scozia. Le istituzioni comunitarie hanno accolto con prudente favore il rispetto dei limiti concordati; il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, ha sottolineato come la misura rispetti gli impegni della dichiarazione congiunta UE-USA, ricordando che Bruxelles ha già recepito la propria quota di accordi dal 1° luglio 2026 e che il mantenimento di tali intese è indispensabile per garantire stabilità e prevedibilità ai mercati.

Il cauto sollievo del blocco europeo è stato rimarcato anche dal presidente della Commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange, il quale ha evidenziato come la configurazione pratica dei dazi metta l’Europa in una posizione potenzialmente migliore rispetto all’intesa scozzese, pur raccomandando di non abbassare la guardia. Sulla stessa linea, le analisi del settore privato, come quelle formulate da Lucio Miranda di ExportUSA, confermano che la rimodulazione del calcolo comporta una riduzione effettiva della pressione fiscale per diverse categorie di beni d’esportazione europei — tra cui compressori industriali, pompe meccaniche e impianti di refrigerazione — la cui aliquota complessiva scende dall’originario 14,2% alla soglia calmierata del 10%.

Eliza Anton