
Il conflitto in Medio Oriente registra una drammatica escalation militare a causa di un violento botta e risposta aereo tra gli Stati Uniti e l’Iran, focalizzato sul controllo strategico dello Stretto di Hormuz. La via navigabile, cruciale per il transito petrolifero mondiale, è divenuta il fulcro delle ostilità dopo che Teheran ha iniziato a rivendicarne il controllo esclusivo in seguito ai bombardamenti israelo-americani di febbraio. L’ultima ondata di attacchi statunitensi ha colpito cinque province dell’Iran, causando, secondo il bilancio ufficiale del ministero della Salute di Teheran, 14 morti e 78 feriti. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha dichiarato di aver preso di mira circa 90 obiettivi militari per contrastare le minacce alla libertà di navigazione, colpendo una base aerea nella città costiera di Bushehr – sede dell’unica centrale nucleare civile iraniana –, un ponte ferroviario nel nord-est e diverse città portuali come Bandar Abbas, Konarak e Chabahar, rimaste parzialmente senza energia elettrica.
In segno di immediata ritorsione, le Guardie Rivoluzionarie iraniane (Irgc) hanno sferrato massicci attacchi con missili e droni contro le basi militari statunitensi dislocate in Bahrein e Kuwait. Le forze di Teheran hanno confermato di aver preso di mira le infrastrutture strategiche di Arifjan e Ali Al Salem in territorio kuwaitiano, e di Juffair e Sheikh Isa in Bahrein, provocando forti esplosioni nella capitale Manama e l’attivazione dei sistemi di intercettazione locali. I vertici militari iraniani hanno inoltre avvertito che la risposta armata verrà estesa ad altre installazioni occidentali nella regione qualora Washington dovesse proseguire le operazioni. Sul fronte opposto, il presidente americano Donald Trump ha rivendicato i raid su Truth Social definendoli una punizione per i precedenti attacchi navali iraniani e minacciando conseguenze ancora peggiori in caso di nuove provocazioni. Nonostante la dichiarazione formale sulla fine del cessate il fuoco, Trump ha riferito ai giornalisti a bordo dell’Air Force One di aver ricevuto una telefonata da Teheran volta a raggiungere un accordo a tutti i costi, pur manifestando forte scetticismo sull’affidabilità degli interlocutori.
Sul piano diplomatico, la tensione resta altissima a pochi giorni dalle celebrazioni per i funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, la cui uccisione lo scorso 28 febbraio aveva originato il conflitto. Il principale negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha ribadito la sovranità nazionale sulle rotte marittime commerciali, confermando che lo stretto rimarrà accessibile solo dietro autorizzazione e pedaggio di Teheran e avvertendo gli Stati Uniti che ogni attacco riceverà una risposta simmetrica. Davanti al rischio di un conflitto regionale aperto e incontrollato, la comunità internazionale si sta mobilitando per scongiurare il peggio: il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha lanciato un accorato appello globale invitando tutte le parti coinvolte a esercitare la massima moderazione, unendosi agli sforzi di mediazione diplomatica intrapresi dal Pakistan per tentare di riaprire i canali di dialogo tra Washington e Teheran.
Eliza Anton
