
I canali diplomatici tra Washington e Teheran tentano una complessa mediazione per formalizzare la fine del conflitto. Il presidente statunitense Donald Trump ha comunicato al premier israeliano Benjamin Netanyahu che i mediatori internazionali sono al lavoro su una “lettera d’intenti”.
Il documento, se siglato sia dagli Stati Uniti sia dall’Iran, stabilirebbe un quadro di negoziati formali della durata di 30 giorni incentrato sulle sorti del programma nucleare iraniano e sulla riapertura strategica dello Stretto di Hormuz. Nel frattempo, Teheran ha confermato la ricezione del testo della proposta americana, che è attualmente al vaglio delle autorità politiche.
Per facilitare lo scambio di messaggi e limare le distanze, si trova in visita istituzionale a Teheran il ministro dell’Interno del Pakistan, Mohsin Naqvi, affiancato dall’arrivo odierno del capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, pur confermando il dialogo in corso, ha ribadito la fermezza del Paese su alcune condizioni imprescindibili, tra cui lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero e il superamento del blocco navale statunitense.
Il veto di Khamenei sul nucleare e il fattore militare
A fronte delle aperture al dialogo, la posizione della leadership religiosa iraniana rischia di complicare la trattativa. La Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ha infatti emanato una direttiva interna che vieta categoricamente il trasferimento all’estero dell’uranio altamente arricchito. La decisione si pone in aperto contrasto con le rassicurazioni fornite da Donald Trump a Israele, secondo cui la rimozione dal suolo iraniano delle scorte di uranio — potenziale base per lo sviluppo di ordigni atomici — costituisce una clausola vincolante per qualsiasi futuro trattato di pace.
Ad appesantire il clima negoziale si aggiungono i recenti rapporti dell’intelligence statunitense diffusi dalla Cnn, secondo cui l’Iran avrebbe sfruttato il cessate il fuoco di sei settimane iniziato ad aprile per ricostruire rapidamente la propria industria bellica, riavviando in particolare la catena di produzione dei droni militari a ritmi molto più rapidi del previsto. Sul fronte interno, le agenzie nazionali hanno inoltre registrato l’esecuzione capitalistica di due sentenze di morte per reati legati al terrorismo contro la sicurezza dello Stato.
L’allarme dell’Unione Europea per la crisi energetica
Le persistenti tensioni in Medio Oriente sollevano forte apprensione per le ricadute economiche globali, specialmente sul continente europeo. Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, intervenendo alla presentazione delle previsioni economiche primaverili dell’esecutivo Ue, ha avvertito che il rischio di uno scenario economico fortemente penalizzante è in costante aumento.
L’analisi formulata da Bruxelles evidenzia come il protrarsi delle ostilità e la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz stiano progressivamente riducendo i margini per una normalizzazione delle catene di approvvigionamento mondiali.
Secondo Dombrovskis, le attuali proiezioni macroeconomiche impongono alle istituzioni comunitarie di prepararsi strutturalmente alla possibilità di uno shock prolungato dei prezzi dell’energia, un’eventualità che potrebbe compromettere la stabilità finanziaria internazionale in assenza di una rapida risoluzione diplomatica.
Eliza Anton
