maròIl Ministro della Difesa Roberta Pinotti in una intervista all’Avvenire “sulla vicenda degli oltre mille soldati italiani fucilati durante la Grande Guerra”, ha dichiarato: “I tempi sono maturi per una accurata e scrupolosa operazione di giustizia storica e morale lontana da preconcetti”.

Mi sia consentito un ricordo personale della mia vita parlamentare. Intervenendo in aula il 4 novembre (per la prima volta si teneva seduta in tale giorno non essendo più “festa nazionale”) non ricordo se nel 1977 o 1978, chiesi che si onorassero assieme ai Caduti anche i fucilati, per vere o presunte insubordinazioni e diserzioni.

 

I quali non sono stati “più di mille”, ma moltissimi di più. Sarebbe bene che l’on. Pinotti non cominciasse con idee così evidentemente sbagliate.

I tempi “non erano maturi”. Fui subissato da urla ed insulti di fascisti e monarchici presenti in aula. I comunisti e gli altri non aprirono bocca, ma erano abbastanza chiaramente scocciati per quello scocciatore (cioè io) che “dava spago ai fascisti”:

Qualche giorno dopo mi giunse per posta un messaggio: “Sarai passato per le armi”. Anonimo, ma di pugno di uno a cui quelle esecuzioni sommarie e quelle della Seconda Guerra Mondiale, non erano bastate.

Sono d’accordo con quanti hanno espresso parere contrario a quella che pare sia l’intenzione della Ministra, di istituire una Commissione “che accerti ifatti con obiettività”. La storia non si fa con dei giudicati di Tribunali o di Commissioni. Sono passati quasi cento anni e le Commissioni ministeriali o parlamentari non hanno in questo frattempo, né lo avevano fatto prima, contribuito a svelare verità che la Storia aveva ignorato.

Certo è che gli studi, benché parziali ed un po’ timidi, fatti in proposito già molti anni fa, consentono di affermare che la on. Pinotti, oltre che essere in ritardo, è assai approssimativamente informata.

Piuttosto che la Commissione sui fucilati nel 1915-1918 il Ministro della Difesa farebbe bene a compiere un passo risolutivo per far cessare lo scandalo del sequestro di persona dei due “cosiddetti” Marò, tenuti in ostaggio in India a disposizione di una giustizia che sembra contendere vantaggiosamente a quella italiana il primato della strumentalità e dell’inconcludenza.

E’ ora che con un colpo di mano i due malcapitati siano riportati in Italia con o senza il beneplacito della giustizia da operetta di un Paese al quale dobbiamo rispetto ed amicizia, ma al quale non possiamo concedere di darci lezioni in un’arte in cui abbiamo indiscusse esperienze: quella della giustizia a vanvera.

Il silenzio e l’indifferenza con la quale il nostro Paese assiste alla comica tragedia di questi due suoi militari, colpevoli, al più, di essere stati addetti ad un servizio che esigeva ben altra preparazione in difesa di una nave italiana in un mare infestato di pirati, è sconcertante ed allarmante.

L’indifferenza avanti alla questione dei Marò dà la misura dell’indifferenza per ogni questione di giustizia.

E questa è una vergogna. Che non si vela, magari, come una Commissione d’inchiesta che con quasi un secolo di ritardo voglia ristabilire la verità sulla storia dei fucilati di allora.
Mauro Mellini

da giustiziagiusta.info