Gli Stati Uniti hanno introdotto una nuova tornata di dazi aggiuntivi rivolti ad almeno 60 partner commerciali, determinando un convinto rilancio delle politiche protezionistiche del presidente Donald Trump. L’iniziativa segue la sentenza con cui la Corte Suprema aveva annullato le tariffe generalizzate disposte nei mesi scorsi, ribadendo che la prerogativa tributaria spetta al Congresso. Per superare l’ostacolo giurisprudenziale, l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio (USTR) ha calibrato le nuove aliquote tra il 10% e il 12,5%, giustificando formalmente l’intervento con la necessità di contrastare la circolazione di merci derivate dal lavoro forzato. La misura interessa i principali mercati di riferimento di Washington, responsabili del 99,4% dell’import d’oltreoceano.
La struttura del provvedimento suddivide i Paesi destinatari in due distinte fasce tariffarie: le nazioni dotate di quadri normativi o impegni ufficiali in materia di lavoro sopporteranno un dazio del 10% (tra queste rientrano Unione Europea, Canada, Regno Unito e India), mentre per altri attori globali quali Cina, Giappone e Corea del Sud la tariffa salirà al 12,5%. Restano escluse dall’imposizione le merci già soggette a dazi settoriali specifici, come acciaio e alluminio, oltre a materie prime energetiche, fertilizzanti e alla gran parte dei flussi coperti dall’accordo USMCA; a tal proposito, il Messico ha confermato che oltre l’80% delle proprie esportazioni verso il mercato americano rimarrà esente. Contestualmente, la Casa Bianca ha delineato un piano tariffario progressivo sui farmaci generici che dal 2028 arriverà fino al 200% l’anno successivo, puntando ad un drastico reshoring della produzione farmaceutica.
L’imposizione delle nuove tariffe ha scatenato una compatta reazione di protesta da parte dei governi coinvolti, che respingono fermamente le accuse americane:
Unione Europea: L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha definito “infondate” e prive di qualsiasi aderenza alla realtà le critiche sulle tutele lavorative europee, bollando i dazi come una “sorpresa negativa” che viola le intese transatlantiche stipulate di recente.
Giappone: Il portavoce del governo Minoru Kihara ha espresso vivo “rammarico” per l’aliquota del 12,5%, sottolineando il pieno rispetto delle regole internazionali da parte dell’industria nipponica e ricordando gli investimenti da 550 miliardi di dollari negli USA pattuiti nel 2025 in cambio di un regime tariffario calmierato.
Australia e Nuova Zelanda: Il ministro del Commercio australiano Don Farrell e il premier neozelandese Christopher Luxon hanno additato i dazi come “ingiustificati”, smentendo la presunta carenza di controlli sulla schiavitù moderna e denunciando l‘impatto negativo sui costi e sulla stabilità commerciale.
Brasile: Il governo brasiliano, gravato anche da un dazio settoriale del 25%, ha preannunciato l’attivazione dei meccanismi legali di reciprocità commerciale per tutelare la propria economia.
Eliza Anton
