L’adozione del 21esimo pacchetto di sanzioni UE alla Russia sta incontrando inaspettate difficoltà procedurali e politiche all’interno dell’Unione Europea, rivelando che i freni all’unanimità non dipendevano esclusivamente dai veti posti in passato dal governo ungherese di Viktor Orbán. Nonostante la sua uscita dai consessi europei dopo il blocco del precedente pacchetto, le trattative in corso tra gli ambasciatori dei 27 Stati membri stanno mettendo in luce una serie di interessi nazionali e veti incrociati che hanno progressivamente ridotto e depotenziato la portata del nuovo testo sanzionatorio.
Tra le misure stralciate dal documento originale figurano sia il divieto di importazione del merluzzo dalla Russia sia il blocco d’ingresso nell’UE per gli ex combattenti russi, estromessi dopo decine di incontri volti a trovare un compromesso. Il principale punto di stallo riguarda attualmente le resistenze della Grecia sul GNL, poiché Atene si oppone con fermezza al divieto di riesportare gas naturale liquefatto russo verso Paesi terzi. Forte del controllo sulla più grande flotta mercantile del mondo, il governo greco teme forti ripercussioni sulle proprie aziende dotate di navi cisterna rompighiaccio; secondo le argomentazioni elleniche, un divieto europeo finirebbe soltanto per favorire gli operatori cinesi e asiatici, danneggiando la marineria continentale senza scalfire realmente i flussi commerciali russi.
A complicare ulteriormente i negoziati si aggiunge l’imminente scadenza dell’oil price cap sul greggio russo, attualmente fissato alla quota di 44,10 dollari al barile. L’assenza di un intesa tra i diplomatici rischia di provocare l’ennesima fumata nera e di costringere l’Unione a un nuovo rinvio della revisione del cap, lasciando aperto un nodo economico e strategico cruciale che rischia di slittare ulteriormente in attesa di futuri compromessi.
Eliza Anton
