Il dibattito interno alla coalizione di centrodestra in merito alle modifiche della legge elettorale fa registrare timide aperture, sebbene rimanga ancora da sciogliere il nodo principale relativo all’introduzione delle preferenze. Nonostante un recente vertice a Palazzo Chigi tra la premier Giorgia Meloni e i leader alleati, incentrato ufficialmente sul dossier sicurezza, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini hanno escluso l’imminenza di un confronto risolutivo ai massimi livelli prima dell’approdo del testo in Aula. Sul piano delle posizioni dei singoli partiti, si rileva uno spiraglio da parte della Lega, con Salvini che si dice privo di precondizioni e delega il dossier ai tavoli tecnici, ponendo come unica priorità la stabilità governativa per cinque anni. Al contrario, si registra il netto rifiuto di Forza Italia verso qualsiasi formula ibrida, come l’ipotesi di coniugare capilista bloccati e preferenze con alternanza di genere; il partito azzurro difende il testo originariamente approvato, pur dichiarandosi disposto ad ascoltare i rilievi tecnici delle altre forze politiche.
All’interno della maggioranza, l’introdurre il voto di preferenza trova invece il convinto sostegno di Noi Moderati con Maurizio Lupi e, soprattutto, di Fratelli d’Italia. Il partito della premier esprime la ferma volontà di non abdicare su questo punto, cercando al contempo di salvaguardare l’unità della coalizione. Come spiegato dal capogruppo Galeazzo Bignami e dal responsabile organizzazione Giovanni Donzelli, l’obiettivo prioritario resta la formulazione di un emendamento sulle preferenze condiviso da tutto il centrodestra, evitando corse solitarie malgrado le attuali sensibilità divergenti. A premere per una riforma in tal senso è anche la componente legata a Roberto Vannacci, i cui parlamentari hanno già predisposto una proposta emendativa, contestando l’attuale sistema di nomina centralizzato nelle segreterie di partito. Se sul tema delle preferenze la quadra appare complessa, la maggioranza ha invece raggiunto un accordo di massima sulla riduzione delle circoscrizioni Estero, che verrebbero accorpate in una sola per il Senato e due per la Camera, mentre appare improbabile un intervento normativo sul voto dei fuori sede.
In vista dell’imminente esame della riforma in Aula alla Camera, calendarizzato con tempi contingentati, la maggiore incognita per la tenuta del testo è rappresentata dal rischio del voto segreto. Il vicepresidente di Montecitorio, Fabio Rampelli, ha manifestato il timore che lo scrutinio segreto possa favorire spinte conservatrici contrarie al cambiamento, auspicando una votazione a scrutinio palese, mentre Donzelli ha apertamente sfidato le minoranze a non richiedere l’anonimato delle urne. Dal canto loro, i partiti del centrosinistra affilano le armi in vista del dibattito parlamentare, rivolgendo dure critiche sia di merito che di metodo. Le opposizioni giudicano inaccettabili le modifiche prospettate sul voto degli italiani all’estero e, per bocca del Partito Democratico, accusano la maggioranza di aver calpestato le regole istituzionali, invocando il ruolo di garanti imparziali dei presidenti delle Camere contro quelle che reputano forzature procedurali.
Eliza Anton
