
Secondo fonti dell’emittente al-Arabiya, si starebbe lavorando a una “bozza finale” per un accordo transitorio tra Iran e Stati Uniti, mediato dal Pakistan. I punti cardine dell’intesa includono:
Cessate il fuoco immediato e totale su tutti i fronti, con la fine delle operazioni militari e della guerra mediatica.
Libertà di navigazione garantita nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo di Oman.
Impegno reciproco a non colpire infrastrutture militari, civili ed economiche, nel rispetto della sovranità e della non interferenza.
Meccanismo congiunto per il monitoraggio dell’accordo e la risoluzione delle controversie.
Revoca graduale delle sanzioni USA in cambio del rispetto dei termini da parte iraniana, con l’avvio di negoziati sulle questioni irrisolte entro sette giorni.
Nonostante un cauto ottimismo e il viaggio a Teheran del capo di Stato maggiore pakistano Asim Munir per finalizzare l’intesa, permangono forti divergenze.
I nodi principali riguardano la gestione dell’uranio altamente arricchito e la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Il Pakistan confida nel supporto della Cina per far progredire il dialogo, mentre Anwar Gargash, consigliere presidenziale degli Emirati Arabi Uniti, stima al 50% le possibilità di successo, auspicando che l’Iran non sopravvaluti le proprie carte come in passato.
Costi militari e perdite statunitensi
Sul piano militare, l’agenzia Tass (citando Bloomberg) riporta che dall’inizio delle operazioni a fine febbraio gli Stati Uniti hanno perso oltre due dozzine di droni a lunga autonomia MQ-9 Reaper, pari a circa il 20% della flotta del Pentagono antecedente al conflitto.
Considerando anche i velivoli danneggiati e inutilizzabili, il totale potrebbe salire a 30 droni. Con un costo unitario di 30 milioni di dollari, il danno complessivo stimato per gli USA si aggira intorno a 1 miliardo di dollari.
Valutazioni dell’Intelligence e capacità militari iraniane
Fonti dell’intelligence statunitense sentite dalla Cnn hanno ridimensionato le dichiarazioni del presidente Donald Trump, secondo cui l’85% della capacità missilistica e di droni dell’Iran sarebbe stata distrutta.
I rapporti indicano che Teheran ha sfruttato le sei settimane di cessate il fuoco iniziate ad aprile per riavviare la produzione di droni, dimostrando una velocità di ripresa superiore alle stime internazionali. Secondo un funzionario statunitense, l’Iran potrebbe ricostituire pienamente la propria capacità di attacco con droni in soli sei mesi, rappresentando una minaccia persistente per Israele e i Paesi del Golfo in caso di ripresa delle ostilità.
Lo scontro sui pedaggi a Hormuz
A complicare lo scenario si aggiunge la questione economica legata alle rotte energetiche globali. Il New York Times ha rivelato che Teheran ha proposto all’Oman una cooperazione per introdurre un pedaggio economico sulle navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz.
A causa dei combattimenti iniziati a febbraio, il traffico mercantile in questa arteria vitale è quasi fermo, con pesanti ricadute sui prezzi globali dell’energia. L’ipotesi di una tassa sul passaggio ha trovato l’immediata opposizione del presidente Trump, il quale ha ribadito la linea ferma di Washington: lo Stretto è e deve rimanere una via navigabile internazionale esente da qualsiasi dazio.
Eliza Anton
