Il legame profondo tra Francesco Guccini e Bologna rappresenta una pagina fondamentale della storia della musica d’autore italiana. Giunto nel capoluogo emiliano negli anni Sessanta, il cantautore — definitosi con autoironia un “modenese volgare” — ha vissuto in città per quattro decenni, trasformando l’esperienza bolognese in un’inestimabile fonte d’ispirazione poetica. La vita dell’artista si è snodata tra gli studi alla facoltà di Magistero, le serate trascorse tra ragazze e chitarre, e soprattutto la frequentazione delle storiche osterie bolognesi. Luoghi iconici come la Trattoria da Vito nel quartiere Cirenaica e l’abitazione di via Paolo Fabbri 43 sono diventati veri e propri simboli bohémien e mete di pellegrinaggio, dove la convivialità, il vino rosso e un’ideale filosofia anarchica alimentavano la composizione di brani memorabili diretti contro le ipocrisie del tempo.
La consacrazione di questo sodalizio artistico è culminata nello storico concertone del 21 giugno 1984 in Piazza Maggiore, una vera e propria “Woodstock emiliana” che radunò 150mila persone per festeggiare i vent’anni di carriera del maestro insieme alla sua storica band, i Musici, e a grandi nomi della canzone italiana come Lucio Dalla, Giorgio Gaber e Paolo Conte. Negli anni successivi, la città ha continuato a omaggiare l’artista, conferendogli nel 2010 il Nettuno d’Oro, fino alle ultime esibizioni dal vivo registrate all’Unipol Arena nel 2011 e allo stadio Dall’Ara nel 2012 per il “Concerto per l’Emilia” a favore delle popolazioni terremotate. Come da lui stesso ricordato in occasione del suo ritorno in Piazza Maggiore nel 2024, il percorso si è infine chiuso con il definitivo ritorno a Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano: una scelta mossa dalla convinzione che “i montanari sono come i marinai” e finiscono sempre per fare ritorno alle proprie origini infantili.
Eliza Anton
