Il ruolo del dispenser di sapone liquido del bagno di casa Poggi torna al centro delle argomentazioni della difesa di Alberto Stasi, guidata dagli avvocati Bocellari e De Rensis. In una memoria depositata nell’agosto del 2025, i legali sollecitano alla Procura di Pavia nuovi e specifici accertamenti sulle impronte presenti su questo reperto, considerato uno dei sette indizi di colpevolezza recepiti dalla Corte di Cassazione.

Fino al 2017 la difesa aveva ritenuto che sul portasapone vi fossero unicamente due impronte digitali, entrambe attribuite dai RIS a Stasi. La Relazione finale bio-dattilo iniziale riportava infatti solo questi due elementi, tralasciando di elencare ed esaminare dettagliatamente le altre tracce, definite genericamente come frammentarie e scarsamente definite, dunque non utili ai fini delle comparazioni. Tale circostanza aveva sostenuto per anni l’ipotesi dell’accusa, secondo cui il dispenser fosse stato accuratamente ripulito.

Per la difesa questo quadro non costituiva inizialmente un elemento di criticità, poiché le perizie di primo grado avevano accertato la totale assenza di sangue nel lavandino, nel sifone, sul rubinetto e sul dispenser stesso, rilevando unicamente DNA commisto dei familiari della vittima. Successivamente, però, la sentenza definitiva di condanna ha interpretato la presenza delle sole due impronte come un grave indizio di colpevolezza, ipotizzando che Stasi si fosse lavato dal sangue di Chiara Poggi per poi ripulire il lavabo e il dispenser, lasciandovi le proprie impronte nell’atto di riposizionarlo.

La svolta difensiva risale al 2017, quando i legali hanno ottenuto dal RIS le fotografie a colori dei rilievi. La consulenza tecnica condotta da Oscar Ghizzoni ha evidenziato la presenza di almeno nove contatti papillari sulla sola porzione fotografata, di cui almeno tre giudicati utili per un confronto, oltre alla presenza di colature e residui di sapone stratificati nel tempo. Secondo la tesi difensiva, la coesistenza di molteplici impronte e di vecchie colature escluderebbe categoricamente un lavaggio dell’oggetto durante l’ultimo utilizzo, smontando la ricostruzione della condanna e aprendo alla possibilità di identificare altre tracce finora mai attribuite. Questo studio, pur essendo stato alla base di un’istanza di revisione dichiarata inammissibile nel 2020, viene ora riproposto dai legali nell’ambito delle nuove sollecitazioni d’indagine.

Eliza Anton