Dopo due settimane consecutive di calo, la prossima sarà fondamentale per capire dove vanno i mercati americani. Nasdaq e S&P soffrono per colpa dei titoli tech. A guardare i numeri finali, sembra una settimana di niente: S&P 500 in calo dello 0,5%, Nasdaq dello 0,7%, il Dow addirittura in rialzo dello 0,4%. Ma dentro c’è stato di tutto.
Giovedì il Nasdaq ha vissuto una delle peggiori sedute del 2026, venerdì il Dow ha lasciato sul terreno 653 punti, l’1,2%. E le paure che hanno fatto ballare il listino sono tre, tutte collegate fra loro: il petrolio, la montagna di investimenti nell’intelligenza artificiale e, soprattutto, i soldi che servono per pagarla.
Il giovedì da incubo è dovuto ai chip: l’indice dei semiconduttori di Filadelfia ha perso il 6,7% in una sola seduta. L’onda è arrivata subito in Europa: ASML, il gioiello olandese che fa le macchine per produrre i processori, ha lasciato il 5%. I chip sono il motore dell’Ai e se questa dovesse spendere di meno, a pagarne le conseguenze sarebbero i suoi principali fornitori, che si “sono fatti la bocca” a ricavi miliardari, che potrebbero non arrivare.
Tutto nasce da Meta. La casa madre di Facebook ha creato una nuova classe di azioni senza diritto di voto, distribuita agli attuali soci, per preparare un futuro aumento di capitale che finanzi i suoi modelli di IA. Il titolo ha perso quasi il 7% giovedì e un altro 1% venerdì. Tradotto: il debito non basta più, servono anche soldi freschi dagli azionisti, purché non mettano bocca. Wall Street si è fatta la domanda più semplice: se ha bisogno di inventarsi un’azione muta un gigante come Meta, gli altri quanto possono ancora indebitarsi, con i tassi che salgono?
La risposta del mercato è stata la fuga verso i titoli di Stato americani. Un tempo si chiamava “fuga verso la qualità”. E pensate come stiamo messi: il debito americano è alle stelle e gli interessi per pagarlo pure. Giovedì i rendimenti hanno avuto il calo in un giorno più forte da tre anni, e il decennale ha chiuso la settimana poco sotto il 5%, al 4,987%, dopo due mesi di vendite che lo avevano spinto ben oltre quella soglia. Venerdì, però, è tornato il petrolio: il Brent è risalito ai livelli di aprile, con gli operatori che scommettono su una ripresa dei combattimenti in Iran. E con il petrolio torna l’inflazione, che quest’anno ha già costretto la Fed ad alzare i tassi per la prima volta in tre anni. E siamo ancora in attesa delle trimestrali di Amazon, Alphabet, Microsoft e Meta senza parlare del 3 novembre, data delle elezioni di metà mandato.
Il mercato delle obbligazioni societarie, lo avevamo detto, è affollato: soprattutto dai giganti del Tech. Il serbatoio non basta più per tutti.
Muse, il successo che non paga il conto
Il caso di Muse è pazzesco. Zuckerberg e la sua Facebook-Meta ha avuto un gran successo nel lancio del suo agente di intelligenza artificiale (Muse, appunto). In poco più di un mese ha superato i 10 milioni di download in Stati Uniti e Canada. A ChatGPT era servito circa il triplo del tempo. A proposito, in Italia e in Europa, non è ancora scaricabile: ma pensate ad un agente che lavora direttamente su Whatsapp, Instagram e Facebook: tanta roba. Per loro e per noi.
Il problema è però se ci mettiamo a fare i conti. Anche se Muse arrivasse l’anno prossimo a 100 milioni di utenti paganti a 20 dollari al mese, porterebbe 24 miliardi di ricavi. Si tratterebbe di circa il 12% dei quasi 200 miliardi di investimenti che gli analisti si aspettano da Meta nel 2027. La pubblicità aggiungerebbe qualche miliardo, non di più. E oggi gli utenti attivi ogni giorno sono circa 2,5 milioni, non cento. La solita storia: si brucia cassa, escono dollari più in fretta di quanti ne entrino. Il flusso di cassa libero è stato negativo per 2,1 miliardi nel terzo trimestre e dovrebbe arrivare a meno 14,1 miliardi nel quarto. Il debito a lungo termine è passato da 28,8 miliardi a fine 2024 a 80,9 miliardi.
È la bolla di finanziamento in carne e ossa. Alla Sec, la stessa Meta ammette di aver dovuto fare in fretta perché i concorrenti stanno raccogliendo soldi anche loro, e il capitale diventa sempre più difficile da trovare. Tutti corrono a chiedere quattrini allo stesso sportello. C’è poi un limite che nessun bilancio misura: la fiducia. Solo l’8% degli americani affiderebbe una password a Meta, contro il 30% per Google e il 23% per Apple. E un agente digitale a cui non dai le chiavi della posta e del conto serve a poco.
La torre di debito
Meta non è un caso isolato: è la punta di una torre. L’Economist di questa settimana ha fatto i conti. Fra giganti del cloud, Oracle, SpaceX, SoftBank, società veicolo, produttori di chip e utility elettriche americane, chi lavora per l’intelligenza artificiale ha preso a prestito quasi 850 miliardi di dollari solo da gennaio. È circa quattro volte quanto lo stesso gruppo aveva preso nel 2023, e i loro bilanci portano ormai più di 3.000 miliardi di debito. I quattro grandi, Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta, sono passati da 83 miliardi di prestiti in tutto il 2025 a 214 in dieci mesi. JPMorgan stima 5.500 miliardi di investimenti da qui al 2030, per tre quarti a debito. Una roba da brividi. Vien da dire: speriamo ci abbiano azzeccato, altrimenti sono dolori.
Il bond a 5 anni di CoreWeave, la società che affitta capacità di calcolo ai modelli di IA, rende ormai il 15%: è il rendimento delle aziende in difficoltà. Il mercato le dà più del 60% di probabilità di non riuscire a pagare i debiti nei prossimi cinque anni.
Ciò che fa pensare, è che il debito si cerca, ormai, di metterlo sotto al tappeto. Meta ha costruito in Texas dieci data center attraverso una società, Wurldwide, di cui possiede solo il 20%. L’80% è di BlackRock, che ha emesso 13 miliardi di obbligazioni: Meta prende in affitto gli impianti per vent’anni e il debito resta fuori dal suo bilancio. C’è chi si finanzia dando in garanzia i chip stessi, e Nvidia si è impegnata a coprire fino a 300 miliardi di debiti dei clienti che comprano i suoi processori. Un’agenzia di rating ha definito questi schemi «infinitamente più complicati» da valutare e soprattutto non è semplice comprendere il rischio che sì sta correndo.
E chi ha in mano questa carta? Tutti. Pimco ha comprato 18 dei 27 miliardi del bond per il data center di Meta in Louisiana, poi ne ha girato pezzi a fondi pensione e assicurazioni. Il credito privato di Apollo e Blackstone finisce spesso nei bilanci delle compagnie assicurative controllate dagli stessi fondi. Tradotto per un risparmiatore italiano: il debito dell’IA può stare nella polizza vita, nel fondo pensione o nell’obbligazionario “prudente” che gli ha venduto la banca, senza che lui lo sappia. Se la domanda di intelligenza artificiale rallenta, e i dati sulle carte aziendali americane dicono che la spesa è piatta da luglio, è lì che arriva il conto. Più la torre è alta, più fa rumore quando viene giù.
E il nervosismo non è più confinato a qualche nome. Questa settimana il sovrapprezzo che le aziende americane ad alto rischio pagano rispetto ai titoli di Stato è salito al livello più alto da aprile 2025. È il primo segnale che i mercati non guardano più solo a CoreWeave, ma a tutto il credito spazzatura.
La festa delle quotazioni è finita
C’è un altro termometro che non mente: le Ipo, le quotazioni di matricole in Borsa. Fino a pochi mesi fa per i protagonisti dell’IA c’era la fila. Questa settimana la sudcoreana Elice è crollata di un terzo il giorno del debutto. Altre tre società di calcolo per l’IA hanno rinviato o annullato lo sbarco in Borsa nell’ultimo mese, e SK Hynix ha rinunciato a quotarsi a New York. OpenAI ha rimandato la sua e cerca invece circa 30 miliardi da investitori privati, per una valutazione che supererebbe i 1.400 miliardi di dollari. Anthropic, invece, va avanti: secondo indiscrezioni non confermate debutterebbe al Nasdaq nella prima metà di novembre.
Quando chi vende non trova più compratori al prezzo che vuole, preferisce restare privato e farsi finanziare dai grandi fondi. È il segnale che i prezzi chiesti erano gonfiati, o che il mercato è diventato più selettivo. In tutti e due i casi il risparmiatore farebbe bene a diffidare di chi, fra qualche mese, gli proporrà di «entrare prima della quotazione».
Milano peggio di New York
Chi pensa che l’Europa sia al riparo dalle bizze della Silicon Valley si illude. Il Ftse Mib ha chiuso la settimana a 48.559 punti, in calo del 2,6%: molto peggio di Wall Street. Da inizio anno resta sopra dell’8%, ma il massimo oltre quota 54.000 è ormai lontano. Attenzione al pessimismo: siamo sempre sui massimi.
La fotografia della settimana sta in due titoli. Da una parte Stellantis, crollata di oltre il 6% venerdì ai minimi, schiacciata dalle vendite europee in calo e dal tonfo della svedese Volvo. Dall’altra Eni, salita del 5,4% sui conti e sul petrolio che torna a correre. In mezzo i tecnologici di casa nostra, Technoprobe (la piccola azienda brianzola da inizio anno ha comunque fatto segnare un più 180 per cento) e STMicroelectronics, che pagano di riflesso i dubbi americani sull’IA. Il resto d’Europa non sta meglio: listini deboli dopo gli indici dei direttori d’acquisto, con la doppia paura di inflazione e intelligenza artificiale.
Il malato d’Europa non è più l’Italia: è la Francia
La buona notizia, si fa per dire, è che il malato d’Europa non siamo più noi. Giovedì il decennale di Parigi ha toccato il 5,14%, il rendimento più alto da ventiquattro anni. Il suo differenziale con la Germania ha superato i 174 punti: non si vedeva così largo dal 2012, quando l’euro rischiava di saltare. L’Italia, a 123, paga oltre 50 punti meno della Francia.
Chi ricorda le lezioni di Bruxelles e di Parigi sui conti italiani dovrebbe sorridere. La Francia ha un deficit che non scende, un governo che non riesce a far votare un bilancio e una sinistra radicale che propone alla BCE di cancellare quasi mezzo trilione del suo debito.
Per il risparmiatore italiano la notizia è doppia. Quella buona: lo spread italiano non sale per colpa di Roma, ma per contagio da Parigi. Quella cattiva: il contagio esiste. Quando un grande Paese dell’euro perde credibilità, tutti i titoli di Stato della periferia pagano di più, e l’Italia è la prima della fila.
Le banche, che pagano due volte
A Piazza Affari a pagare il conto sono state le banche, il settore che pesa di più sull’indice. Giovedì UniCredit ha perso il 4,73%, Banco BPM il 4,18%, Intesa Sanpaolo il 3,81% e Fineco il 3,6%. Venerdì il settore è tornato a scendere.
Come ricordano gli analisti di Intermonte, con i tassi alti il margine sugli interessi tiene e i crediti deteriorati restano contenuti, e dunque il conto economico non dovrebbe soffrire. A spaventare il mercato non sono dunque i bilanci, ma il rischio paese.
Le banche italiane, infatti, detengono una mnontagna di BTP, e quando il loro prezzo scende si assottiglia il capitale. Inoltre il governo cerca circa 5 miliardi in più da banche e assicurazioni, che potrebbero venire da un ulteriore peggioramento della tassazione.
Così il settore rischia di pagare due volte: come creditrice dello Stato, quando i BTP perdono valore, e come contribuente straordinaria, quando lo Stato cerca soldi. Il rischio è che i dividendi record degli ultimi anni non siano scolpiti nella pietra. Basta un prelievo deciso in un vertice notturno per renderli meno prevedibili.
Chi i soldi li fa davvero: Eni ed EssilorLuxottica
La settimana dimostra anche come il mercato premi chi generi cassa: ora e subito, verrebbe da dire. Due casi.
Il primo è Eni. Nel terzo trimestre l’utile operativo rettificato è arrivato a circa 6 miliardi, il doppio di un anno fa. La stima sul flusso di cassa operativo dell’anno sale a 16,5 miliardi, il riacquisto di azioni proprie cresce del 12%, a 3,8 miliardi, e arriva un dividendo straordinario di 46 centesimi per azione, 1,3 miliardi in tutto. Il debito, misurato sul capitale, è all’8,9%: il minimo della sua storia. Certo, il petrolio aiuta: nei nove mesi il Brent è salito del 32,8% e il gas del 29,7%. Ma l’utile operativo è salito del 59%, molto più dei prezzi. «Non siamo indipendenti dalle commodity, ovviamente», ha detto Claudio Descalzi al Sole 24 Ore, «ma ora è la gestione che fa la vera differenza».
Il secondo è EssilorLuxottica. Ricavi del trimestre a 7,49 miliardi, in crescita del 7,2% a cambi costanti e sopra le attese. Il titolo ha guadagnato il 15% in un giorno a Parigi, il 21 ottobre. E c’è un dettaglio che ci riporta a Meta: gli occhiali intelligenti sviluppati con Zuckerberg sono cresciuti del 20%, dopo il quasi raddoppio del trimestre precedente. È l’intelligenza artificiale che si vende su uno scaffale, a un cliente che paga, non quella che si finanzia emettendo obbligazioni. Certo resta aperto il fronte Delfin: gli eredi Del Vecchio sono in tribunale per far saltare la clausola che impone l’88% dei voti per le decisioni straordinarie della holding.
La lezione per il risparmiatore è semplice. Il mercato non punisce le società grandi o tecnologiche in quanto tali. Punisce quelle che bruciano cassa, e premia quelle che la generano e la restituiscono ai soci.
E non sono casi isolati. Secondo le stime raccolte da Lseg, gli utili delle società europee del terzo trimestre dovrebbero crescere di quasi il 22% sull’anno, e per tutto il 2026 del 21%. Certo, a tirare la volata è l’energia, che più che raddoppia i profitti: senza di lei la crescita europea scende all’8,4%. Ma a Piazza Affari, anche togliendo petrolio e gas, gli utili 2026 salgono di quasi il 13%, e per il 2027 gli analisti ne prevedono un altro 6,2%, a 89,5 miliardi. Ecco il paradosso della settimana: Milano perde il 2,6% mentre i conti delle sue aziende migliorano. Chi compra oggi paga ogni euro di utile meno di quanto lo pagava sette giorni fa. La paura, in Borsa, ha sempre un prezzo, e a volte è un saldo.
da nicolaporro.it
