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Economia

Cinque anni senza Gary Becker

Dall'analisi economica del crimine all'imperialismo economico e alla discriminazione sul lavoro: due studiosi rileggono l'eredità del Nobel scomparso il 3 maggio 2014 e il suo valore per l'Italia di oggi.

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Cinque anni senza Gary Becker

Sono trascorsi cinque anni dalla morte di Gary Becker, vincitore nel 1992 del Premio Nobel per l’Economia . Nell’anniversario della sua scomparsa, vogliamo sottolineare l’attualità di alcuni dei suoi contributi e l’importanza della sua eredità.

Simona Benedettini

Il 3 maggio di cinque anni fa ci lasciava Gary Becker. Ogni anno, dal 2014, questa data mi riporta alla prima volta che mi imbattei in Becker e alla rilevanza che questo “incontro” ha avuto nel formare il mio percorso di studi e professionale.

La lettura di Crime and punishment: an economic approach, paper del 1968, è stata decisiva nella scelta di intraprendere un dottorato in Law and Economics e appassionarmi, poi, alla regolazione dell’energia. È in questo contributo che l’economista di Chicago dimostra che i comportamenti illeciti e, per questo apparentemente irrazionali, sono fondati su una lucida analisi dei costi e dei benefici di chi l’illecito lo ha commesso.

Come sosterrà nel suo discorso alla cerimonia di consegna del Nobel, Becker non si riteneva simpatetico con l’idea che “il comportamento dei criminali potesse essere diverso da quello di ogni altro individuo”. Ecco, quindi, che anche reati efferati come un omicidio, o più banali come la violazione del codice della strada, trovano spiegazione, per Becker, nel fatto che coloro che li compiono si attendono di conseguire benefici maggiori dei costi che ne conseguono. Soddisfacimento di un desiderio di vendetta verso il rischio di detenzione. Riduzione dei tempi di percorrenza verso sanzione pecuniaria e decurtazione dei punti della patente.

Il decisore politico deve quindi studiare un sistema di regole e sanzioni altrettanto razionale che sia capace di prevenire i reati, tenendo conto delle analisi costi-benefici di chi decide di infrangere la legge. Becker ha esteso la propria teoria a innumerevoli campi delle relazioni umane. Per l’economista di Chicago, la razionalità guiderebbe anche le scelte sentimentali. Dalla scelta di unirsi in matrimonio a quella di divorziare, dalla crescita dei figli alla allocazione del tempo tra lavoro e famiglia, alla base vi è sempre una valutazione razionale e auto-interessata. Secondo Becker, anche i genitori più indifferenti, se anticipano che il senso di colpa dei figli potrebbe spingerli comunque ad assisterli quando saranno anziani, investiranno di più nell’istruzione dei figli a costo di avere meno risparmi in vecchiaia.

Ed è su questa razionalità delle emozioni che, nel 1971, George Stigler, altro economista della scuola di Chicago e Premio Nobel nel 1982, fonda il più importante contributo per le policy dei settori regolati. Stigler, che con Becker tra l’altro sviluppò la sua teoria della regolamentazione economica, ha teorizzato come anche la regolazione non possa essere avulsa dall’interesse personale degli attori che coinvolge, dai soggetti regolatori ai regolati, e che questa deve essere sempre una prospettiva da considerare nel disegnare una regolazione che si presti il meno possibile a interessi di parte che sacrifichino l’interesse generale.

Ricordare Becker il giorno della sua scomparsa permette a noi tutti di conservare memoria del pionieristico e vasto contributo di questo economista a numerosi ambiti della disciplina economica. A me stessa, di conservare memoria dell’importante insegnamento di Becker: l’analisi economica rende certo più disillusi verso il prossimo. Ma certamente permette di cogliere l’essenza del comportamento altrui. E, quindi, anche un po’ di noi stessi.

Carlo Stagnaro

La caratteristica più evidente di Gary Becker era la sua grande curiosità intellettuale. Fu proprio questa dote a spingerlo ad applicare la logica economica ad ambiti tradizionalmente lontani dagli interessi della disciplina, come le convenzioni sociali, il crimine, le relazioni personali, e così via. Più di ogni altro, Becker può essere considerato il padre del cosiddetto “imperialismo economico”, ossia l’impiego del metodo degli economisti per indagare questioni differenti: una convinzione, questa, che egli espresse in modo articolato e compiuto in un saggio scritto a quattro mani con George Stigler e significativamente intitolato “De Gustibus Non Est Disputandum”. Tale possibilità di usare gli strumenti tipici delle scienze dure e il loro potere di offrire spiegazioni falsificabili dei fenomeni umani rende l’economia la regina delle scienze sociali.

Un tema che oggi sarebbe particolarmente importante riscoprire è quello affrontato da Becker in un aureo volume del 1957, The Economics of Discrimination. La sua idea era che, per capire le ragioni e le conseguenze della discriminazione, occorre guardare agli incentivi economici di chi se ne artefice. L’oggetto della sua ricerca era naturalmente la condizione dei lavoratori di colore nell’America della seconda metà del Novecento, ma i risultati e gli ulteriori sviluppi (si vedano per esempio i lavori di David Autor e Sandy Ikeda) sono naturalmente generalizzabili a ogni altro gruppo umano che sia vittima di forme di discriminazione. Becker dimostra che il razzismo e, in generale, la diversità di trattamento è economicamente inefficiente perché induce a sotto-utilizzare il capitale umano dei componenti dei gruppi discriminati. In altre parole, le imprese che rifiutano il lavoro dei neri, in un mercato aperto dove i fattori della produzione sono mobili finiranno per essere scalzate da quelle che, invece, utilizzano individui di colore con maggiore produttività. In sintesi, la discriminazione non colpisce solo i discriminati (i lavoratori di colore, nel modello di Becker) ma anche chi ne è parte attiva (gli imprenditori bianchi).

Quali conseguenze ha questa riflessione, apparentemente datata, sulla nostra realtà odierna? Nel nostro paese ci sono almeno due gruppi che sono oggetto di discriminazione sul luogo di lavoro, anche se con modi e motivazioni affatto diversi: le donne e i migranti. In entrambi i casi, si tratta di capitale umano sotto-utilizzato, che non partecipa – o lo fa comunque meno di quanto potrebbe – al ciclo produttivo. La discriminazione, che può nascere dalle preferenze individuali o sociali o da vincoli legislativi, agisce come un’immensa tassa patrimoniale sulla capacità del sistema economico di generare reddito e ricchezza. Per questo andrebbero studiati meccanismi per promuovere l’inclusione di queste persone nel mondo del lavoro, anziché favorirne l’esclusione.

Se potesse partecipare al dibattito politico odierno, Becker probabilmente inorridirebbe non tanto di fronte all’assenza di competenze economiche, quanto per l’incapacità di vedere – attraverso le lenti dell’approccio economico – le conseguenze ovvie dei nostri comportamenti privati e pubblici. La discussione pubblica italiana si trova oggi esattamente all’opposto dell’imperialismo economico. E questo ci rende più poveri non solo dal punto di vista finanziario ma anche da quello valoriale. Becker ci ha insegnato che le preferenze delle persone (i loro valori) non possono essere disgiunte dalle conseguenze che producono, sotto determinati vincoli. Perdere di vista questa cinghia di trasmissione impedisce di mettere a fuoco i valori che stanno a monte. (leoniblog.it)

Redazione

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