Nonostante i tentativi diplomatici, la stabilità dell’accordo per il cessate il fuoco tra Israele e Libano è stata compromessa da nuovi episodi di violenza sul campo. Nel sud del Libano, un attacco contro una base delle Nazioni Unite ha causato la morte di un casco blu dell’Onu e il ferimento di altri due militari. L’Unifil ha avviato un’indagine ufficiale per accertare le dinamiche dell’accaduto.
Il Ministero della Difesa di Belgrado ha confermato che la vittima era il sergente maggiore Milovan Jovanovic, un peacekeeper serbo deceduto a causa delle ferite riportate per la caduta di un missile. I due militari rimasti feriti sono invece di nazionalità spagnola, come dichiarato dal primo ministro Pedro Sanchez, che ha espresso ferma condanna per l’attacco subito dalla base Miguel de Cervantes. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno attribuito la responsabilità del lancio a Hezbollah, affermando che l’analisi delle traiettorie dei colpi di mortaio individua l’origine del fuoco nella zona di Qotrani. L’episodio ha suscitato la reazione di Palazzo Chigi e dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, che hanno espresso profondo cordoglio alle autorità serbe, richiamando tutte le parti in causa all’obbligo di garantire l’incolumità del contingente internazionale.
I termini dell’intesa diplomatica e il rifiuto di Hezbollah
I dettagli dell’accordo per la tregua erano stati delineati nel corso della notte a seguito di complesse trattative mediate dagli Stati Uniti, che hanno visto il coinvolgimento del Segretario di Stato Marco Rubio. Il testo della dichiarazione congiunta prevede l’attuazione di un cessate il fuoco condizionato al totale disarmo di Hezbollah e all’evacuazione delle sue milizie dal settore a sud del fiume Litani, lasciando il controllo esclusivo delle aree di frontiera all’esercito regolare libanese.
Il presidente del Libano, Joseph Aoun, ha definito l’intesa come l’ultima possibilità per una pace duratura, indicando l’amministrazione americana di Donald Trump come garante del rispetto degli impegni e prevedendo l’entrata in vigore del testo entro 24 ore dal via libera definitivo. Tuttavia, Hezbollah ha respinto formalmente l’accordo, giudicandolo equivalente a una resa. Il segretario generale del movimento sciita, Naim Qassem, ha posto come condizioni imprescindibili per la fine delle ostilità il ritiro totale delle truppe israeliane dal territorio libanese, il ritorno degli sfollati e la ricostruzione delle zone colpite.
La continuazione dei raid e lo scenario a Gaza
Sul fronte operativo, le ostilità non si sono interrotte. Le Idf hanno proseguito le operazioni militari nel Libano meridionale, conducendo attacchi mirati con droni ed esplosivi contro i depositi logistici di Hezbollah. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha confermato che le truppe di Tel Aviv manterranno il controllo della zona di sicurezza e della fortezza di Beaufort per smantellare le infrastrutture logistiche avversarie, specificando che per il momento non sarà consentito il rientro dei residenti libanesi evacuati. Di contro, l’ala politica di Hezbollah ha minacciato ritorsioni con lanci di missili verso i centri urbani di Haifa e Tel Aviv qualora venissero ripresi i bombardamenti sulla capitale Beirut. La linea del governo israeliano ha registrato anche forti divisioni interne, con il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che si è opposto alla tregua definendola un grave errore strategico. Parallelamente alla crisi libanese, la tensione resta alta anche nella Striscia di Gaza, dove i recenti raid aerei delle forze israeliane su Gaza City e sul campo profughi di Shati hanno provocato la morte di otto persone.
Eliza Anton
