MATTEO SALVINI

MATTEO SALVINI

È ufficiale, Giorgia Meloni si è candidata. Al suicidio politico. Sì certo, anche a sindaco di Roma. Ma, a meno che un miracolo non trasformi questo annuncio in una corsa con anche solo una speranza di vittoria, il dato strategicamente rilevante resta il primo: in perfetto tempismo con una Pasqua alle porte, la leader di Fratelli d’Italia ha deciso di giocare il ruolo dell’agnello sacrificale. E potrebbe anche non essere una pessima notizia – per lei e per il centrodestra – se lo avesse fatto, a suo tempo, sull’altare dell’unità di una coalizione ormai data per persa. Se avesse incarnato, in parole povere, profilo personale a parte, quello che è stato in queste ultime settimane Stefano Parisi per Milano: l’ancora di salvezza, l’occasione, difficile ma concreta, per il riscatto.

E invece non è andata così: con una scelta palesemente divisiva, che ne dica lei, e fuori tempo massimo, Giorgia si sta immolando sull’altare della personale ambizione di un Matteo Salvini che, tra un balletto e l’altro – Bertolaso sì, Bertolaso forse, Bertolaso no – si è dimostrato più ingordo di veloci e spendibili tornaconti personali che ambizioso di (vera) leadership. Del resto, ieri, in un momento di lucidità tattica seguito al delirio delle “gazebarie”, Berlusconi lo ha spiegato chiaramente, parlando con i suoi fedelissimi: «Lei ora fa la femminista offesa, ma Matteo la usa solo per attaccare me, e poi la scaricherà». Ed è esattamente ciò che succederà: perché dall’improvvisa inversione di marcia sull’ex capo della Protezione Civile – Salvini ha scaricato Bertolaso non certo per qualche gaffe – si è capito, anche abbastanza chiaramente, che il leader del Carroccio aveva scelto Roma, partita data per persa ancor prima del fischio d’inizio, come campo di gioco della sua scalata alla leadership del centrodestra. O, forse, visto che l’ambizione pare sempre meno nobile, come terreno fertile per coltivare il suo orticello lepenista.

Perciò, non potendo utilizzare come agnello sacrificale quel Bertolaso poco gradito alla base, ha deciso, con la scaltrezza che gli è propria, di lasciare la patata bollente in mano all’”amica Giorgia” di cui, si sa, punta, specialmente al Centro e al Sud dove l’operazione “Noi con Salvini” si è rivelata un clamoroso flop, ad ereditarne i voti. Ed ora che, con questa candidatura “fascioleghista” (semplifichiamo), a Roma si inaugura il nuovo corso del Front National all’italiana, Salvini non può che aspirare ad esserne il leader. E non sarà difficile, una volta impallinata la Meloni ai piedi del Campidoglio. Sì perché la neomamma, che sicuramente non arriverà al ballottaggio, rischia di chiudere la sua carriera politica con un fallimentare quarto posto, dietro, magari, proprio a quell’Alfio Marchini che si è sempre rifiutata di sostenere.

Così, quella che poteva diventare, con un po’ più di prudenza e senza gli errori di quest’ultima stagione, da eterna giovane promessa a leader matura, ha firmato al sua condanna all’oblio. Ora, quella che Giorgia stessa ha definito più volte «l’extrema ratio» della sua discesa in campo, rischia di essere l’estrema unzione sulla sua carriera politica. «Mi hanno detto che la mia è una scelta forte» ha dichiarato poche ore fa durante una conferenza stampa confusa e improvvisata in piazza del Pantheon. Più che una scelta forte, a noi è parsa una scelta folle. E proprio lei, quella che «nessun uomo può dire ad una donna cosa fare», proprio da un uomo si è fatta fregare.

Federica Venni da lsblog.it