La sezione imprese della Corte d’Appello di Milano ha rigettato per la seconda volta l’istanza presentata dalle società Ilva e Acciaierie d’Italia (AdI), entrambe in amministrazione straordinaria, che chiedevano di sospendere il decreto emesso il 27 luglio scorso relativo al blocco dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto. La decisione dei giudici milanesi, guidati dal presidente Giuseppe Ondei, giunge dopo l’udienza del 30 settembre e conferma il precedente no già espresso dall’organo giudiziario l’11 settembre, in linea con il parere contrario formulato dalla Procura Generale. La pronuncia interviene a poche settimane dalla data del 20 ottobre, giorno in cui la Corte di Cassazione sarà chiamata a esprimersi sui ricorsi straordinari avanzati dalle due aziende.
Nel provvedimento di undici pagine, il collegio giudicante ha riaffermato la prevalenza della tutela della salute rispetto alle esigenze di continuità produttiva e aziendale, richiamando espressamente i principi sanciti dall’articolo 41 della Costituzione — aggiornato con la legge costituzionale del 2022 — secondo cui l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente, in conformità con l’interpretazione comunitaria. I magistrati hanno così stabilito la priorità della salvaguardia sanitaria a prescindere dalle valutazioni di merito che restano in capo alla Suprema Corte, per la quale è atteso entro il 5 ottobre il deposito del parere del Procuratore Generale.
Al di là degli sviluppi sul piano legale e giudiziario, il complesso industriale di Taranto si avvia concretamente verso lo spegnimento degli altiforni e la progressiva fermata delle strutture, che vengono poste in stato di preriscaldo al minimo operazionale senza capacità produttiva. Tale situazione è determinata dall’esaurimento delle materie prime (minerali), i cui ordini di approvvigionamento estero via nave sono stati bloccati a seguito dell’ordinanza di luglio che imponeva la fermata entro il termine tassativo di novanta giorni (scadenza fissata al 26 ottobre). L’imminente arresto dei reparti comporterà inevitabili ricadute occupazionali, con la prospettiva per l’azienda di richiedere un incremento della cassa integrazione, la cui autorizzazione da parte del Ministero del Lavoro copre attualmente 4.500 lavoratori del gruppo AdI, di cui 3.800 impiegati nello stabilimento pugliese.
Eliza Anton
