Una proposta che già nel 2008 io avanzavo alle istituzioni italiane. – Azioni compiute nell’ambito di lotte armate non intese semplicemente a colpire le forze armate avversarie ma a spargere il terrore fra le popolazioni civili.Questo è stato il concetto di terrorismo ampiamente usato dall’antichità ai nostri giorni per sfibrare la volontà di combattere dei popoli nemici e gli esempi potrebbero essere purtroppo infiniti.
Ricordiamo: le orde mongole guidate da Gengis Kan uccidevano tutti gli abitanti, nessuno escluso, delle città che facevano loro resistenza; l’impero mongole fu costituito per la maggior parte senza combattere perchè davanti a questa terribile prospettiva la maggior parte delle città si sottomettevano senza tentare nemmeno la resistenza, tempi più recenti, nella Seconda Guerra Mondiale, l’arma aerea fu ampiamente usata al fine di terrorizzare le popolazioni; dapprima furono i Tedeschi, prima in Spagna (famoso l’esempio di Guernica, immortalato da Picasso) e soprattutto con i bombardamenti sull’Inghilterra (la cittadina di Coventry fu completamente distrutta dai tedeschi tanto che fu coniato il termine di “coventrizzare”), in seguito furono gli Americani che usarono i bombardamenti detti “a tappeto”: tristemente famoso il caso di Dresda, centro senza alcun valore militare completamente distrutta con la morte di almeno 200.000 persone. 
Ma ricordiamo pure i terrificanti bombardamenti delle città giapponesi soprattutto di Tokio e lo stesso lancio delle bombe atomiche.
Ricordiamo anche le rappresaglie massicce dei tedeschi, le deportazioni di intere popolazioni compiute da Stalin : l’elenco sarebbe purtroppo infinito.
Il terrorismo è attualmente comunemente indicato come quelle azioni di gruppi irregolari (cioè che non hanno divise, insegne che li rendano riconoscibili) che uccidano prevalentemente civili allo scopo di terrorizzare la parte avversaria. I “terroristi” in genere contestano la sostanzialità di questa differenza equiparando civili e militari e affermando di essere dei resistenti o dei rivoluzionari.
Un fenomeno estremamente complesso al quale non sempre corrisponde una definizione soddisfacente e universalmente accettabile ma che in linea generale corrisponde a quel complesso di attività criminose compiute per perseguire finalità ideologiche o politiche e tali attività, specialmente quando hanno motivazioni politiche, non si esauriscono nell’ambito di un singolo Stato, ma acquistano rilevanza internazionale in quanto lo scopo, i mezzi, il luogo, l’autore, la vittima, la preparazione, la consumazione e gli effetti riguardano Paesi differenti.
Quindi riprendendo pari pari, anche l’analisi del mio caro amico, l’esperto di geopolitica, il Prof. Nicola Pedde, definiremo che: il nuovo ordine mondiale scaturito dalla fine della guerra fredda, sta ridisegnando l’assetto geo-politico internazionale.
Le guerre che stanno sconvolgendo il mondo in quest’ultimo ventennio, ne sono la testimonianza e l’evoluzione di un nuovo terrorismo internazionale è il frutto di una nuova strategia del terrore mirata a stravolgere i già incerti equilibri internazionali.
I mutamenti dovuti ai nuovi scenari internazionali tracciano un nuovo approccio al concetto della sicurezza e ridisegnano i ruoli dell’intelligence.
La mondializzazione ha tracciato nuove forme mediali di comunicazione e di ciò il nuovo terrorismo internazionale ha potuto trarne benefici mutando le proprie strategie.
I nuovi approcci alla lotta al terrorismo internazionale devono confrontarsi con il nuovo ordine mondiale e con il radicale mutamento del fenomeno.
Occorre perciò ridefinire le politiche internazionali della lotta al terrorismo ed identificare i nuovi obiettivi che deve affrontare oggi la comunità internazionale.
Il rischio di nuovi attentati terroristici si può ricondurre oggi agli approvvigionamenti, l’energia e le forniture energetiche sono il motore dell’economia e la presenza di ricchi giacimenti in paesi dove il concetto di democrazia e stabilità politica non è ben definito, tracciano sicuramente un rischio più alto.
È evidente che lo strumento repressivo giuridico non è in grado da solo a ostacolare il fenomeno, “è una questione di fiducia reciproca, perché c’è ancora diffidenza”persuaso però che “esista uno spazio per la deterrenza ed è quello stesso sistema con cui si è mantenuta la pace in Europa negli ultimi 50 anni”.
Lo sviluppo di nuove forme di terrorismo in Europa trae le sue radici da meccanismi culturali che hanno prodotto uno scontro reale tra gruppi armati.
Oggi, quindi, si avverte da un lato una maggiore disponibilità del cittadino verso le strutture di intelligence, con una sostanziale apertura ad un modello di valutazione non più preconcetto e stereotipato ma, anzi, caratterizzato da una timorosa forma di riconoscenza.
Dall’altro è sempre più evidente la necessità inversa di contatto e sinergia da parte dell’intelligence in direzione del pubblico, come una sorta di garanzia dell’operato ma anche per poter disporre di quelle nuove forme di professionalità richieste dalle circostanze e non sempre reperibili all’interno della Pubblica Amministrazione.
Non è possibile, in sostanza, perdere una preziosa occasione atta a permettere una sensibile crescita nel rapporto tra Stato e cittadino, in funzione di un percorso di sviluppo potenzialmente colmo di elementi di positiva sinergia.
Si potrebbe, anzi, andare oltre la semplice crescita puntando decisamente su un processo di trasformazione almeno nel rapporto tra servizi segreti e opinione pubblica.
Non sussistono preclusioni di particolare natura per impedire che la nostra intelligence si apra al pubblico, senza con ciò svelare alcunché di segreto e riservato, offrendo un’immagine concreta e trasparente circa i compiti che è chiamata ad assolvere.
Un passo di tale natura anzi, favorirebbe enormemente quel necessario, e doveroso, processo di trasformazione dell’immagine dei servizi segreti che tanto inopportunamente si è lasciato sviluppare e maturare nel corso di gran parte della storia repubblicana e democratica del nostro paese e degli altri paesi occidentali.
Per parlare nello specifico dell’Italia, ciò di cui il nostro paese ha realmente necessità non sono dei nuovi servizi segreti capaci ed efficienti.
Quelli, fortunatamente, li abbiamo sempre avuti e non è cambiando nome che si è risolto il problema. Oggi è necessario operare su più livelli per sviluppare una vera e propria cultura dell’intelligence; una cultura che sia capace di dimostrare non solo la validità del principio che tali Servizi ha istituito ma che, soprattutto, ne illustri le modalità operative e renda tangibilmente evidente come gli stessi siano un insostituibile strumento dell’interesse e della sicurezza nazionale.
Per il perseguimento di questo fine sono essenziali due condizioni. Da una parte un attivo e convinto coinvolgimento delle strutture di Informazione e Sicurezza – e quindi delle Istituzioni – in direzione del dialogo e del rapporto con l’esterno, superando l’anacronistico ed alquanto dannoso concetto del “tutto quanto concerne l’intelligence resti all’interno delle strutture stesse”.
Dall’altra è necessario che il settore della ricerca e dell’accademia sviluppino programmi e progetti di studio e ricerca che, anche in questo caso, demoliscano l’individualismo ed il presenzialismo degli “esperti di settore” in direzione al contrario di una professionalità diffusa, specifica e settoriale capace di dialogare e cooperare per il perseguimento di risultati concreti.
La realtà dei fatti, tuttavia, ci offre un quadro ancor oggi diametralmente opposto.
Per la determinazione e l’affermazione di una cultura dell’intelligence è quindi opportuno innescare un processo di sinergie tra Istituzioni e Privati che, con gradualità, favorisca l’emergere dei centri di eccellenza – anche individuali o sporadici – lungo un percorso di comune interesse e dalle solide basi. Privati in grado di supportare le attività dell’intelligence istituzionale, chiaramente con particolare e speciale abilitazione alle attività informative a partire dal territorio cittadino, monitorandolo e raccogliendo informazioni per la prevenzione.
Un percorso che non trascuri in ogni sua fase come la materia non possa – e non debba – essere più relegata alla sola cerchia degli “esperti” ma come anzi, al contrario, debba essere destinata ad interessare sempre più ampie fasce dell’opinione pubblica.
È quindi opportuno, e probabilmente improcrastinabile, estendere il dibattito in materia in ogni ambito della società civile, favorendo la comprensione del ruolo e delle metodologie senza timore di rivelare improbabili segreti da parte delle Istituzioni, e senza il timore di perdere improbabili posizioni di notorietà e prestigio da parte della cerchia esterna degli addetti ai lavori.
Gennaro Ruggiero www.ruggierogennaro.wordpress.com
