Le forze statunitensi hanno condotto attacchi mirati nel sud dell’Iran per colpire siti missilistici e imbarcazioni dei pasdaran impegnate nel posizionamento di mine nello Stretto di Hormuz. L’operazione militare, giustificata dal Comando Centrale degli Stati Uniti come una misura di “autodifesa” per tutelare i propri contingenti dalle minacce locali, si è verificata in concomitanza con l’apertura a Doha di un nuovo round di negoziati bilaterali.

Nonostante l’inasprimento delle ostilità sul campo, il Segretario di Stato americano Marco Rubio, impegnato in India per la ministeriale Quad, ha confermato che un accordo diplomatico resta a portata di mano, precisando che il transito marittimo nello Stretto verrà comunque garantito. Dal fronte opposto, il leader supremo iraniano Mojataba Khamenei, nel tradizionale messaggio per l’Hajj, ha escluso qualsiasi forma di protezione o supporto logistico futuro agli USA da parte dei paesi del Golfo Persico, rivendicando la capacità della Repubblica Islamica di aver inferto una battuta d’arresto geopolitica alle forze statunitensi e israeliane.

Fonti dell’intelligence americana coordinate con il Pentagono evidenziano una discrepanza rispetto alle dichiarazioni del presidente Donald Trump e del segretario alla Guerra Pete Hegseth circa il totale smantellamento del potenziale bellico di Teheran. I rapporti confidenziali indicano infatti che l’Iran ha ripristinato l’accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici distribuiti lungo le coste strategiche dello Stretto e possiede ancora centinaia di motovedette veloci per la posa di ordigni subacquei.

Valutazioni strategiche e consistenza delle forze in campo

I vertici militari di Washington esprimono forte preoccupazione per la sensibile riduzione delle scorte americane di missili a lungo raggio e di munizioni pesanti, fattori che hanno imposto una revisione della pianificazione tattica.

La strategia del Pentagono si è perciò orientata verso l’impiego di ordigni più leggeri destinati a sigillare temporaneamente gli accessi alle strutture fortificate sotterranee; tuttavia, le forze ingegneristiche iraniane hanno dimostrato una notevole rapidità nelle operazioni di ripristino e sgombero dei detriti.

Secondo le ultime stime ufficiali, l’apparato difensivo di Teheran mantiene intatto circa il 70% dei lanciatori mobili e preserva il 70% dell’arsenale missilistico prebellico, composto in larga parte da vettori balistici regionali e missili da crociera a corto raggio per l’interdizione navale e costiera.

Eliza Anton