Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha ipotizzato la firma imminente, forse entro la giornata odierna, di un accordo per porre fine alla guerra con l’Iran, basato su una proposta solida per riaprire e rendere operativo lo Stretto di Hormuz.

La presunta imminenza dell’intesa ha già provocato un crollo del 5% nei prezzi del petrolio. Tuttavia, il presidente Donald Trump ha parzialmente frenato gli entusiasmi affermando su Truth di non avere fretta poiché “il tempo è dalla nostra parte” e precisando che il blocco navale rimarrà in vigore fino alla firma di un accordo che dovrà essere diametralmente opposto al Jcpoa dell’era Obama.

Anche fonti diplomatiche iraniane, pur confermando l’esistenza di una bozza di intesa, hanno ridimensionato le aspettative dichiarando che un accordo di pace non è imminente, complici le complesse dinamiche di comunicazione interna con la Guida Suprema Khatami, che si trova attualmente in una località remota.

Trattative a Doha e nodi sul nucleare

Una delegazione iraniana di alto livello – composta dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal governatore della Banca Centrale Abdolnaser Hemmati – è giunta a Doha per discutere i dettagli finanziari e strategici, in particolare lo sblocco dei fondi congelati.

Sul fronte dei contenuti, l’alto diplomatico iraniano Hossein Nooshabadi ha smentito categoricamente le voci di una sospensione ventennale dell’arricchimento dell’uranio. La controproposta di Teheran prevede invece la fine delle ostilità su tutti i fronti (incluso il Libano), la libertà di esportazione del greggio e il ritiro delle forze statunitensi dal perimetro della Repubblica Islamica. Funzionari di Teheran hanno inoltre precisato che la discussione sul controverso programma nucleare è stata posticipata di 60 giorni rispetto al raggiungimento del primo accordo, mentre il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità a garantire che il Paese non cercherà di dotarsi di armi atomiche.

Sostegno regionale e la posizione di Israele

I negoziati vedono anche la mediazione del Pakistan, che mira a coinvolgere la Cina e a ospitare presto un nuovo ciclo di colloqui. Sul fronte opposto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha confidato ai suoi collaboratori di avere ormai una scarsa capacità di influenzare le decisioni di Trump, confermando le indiscrezioni secondo cui Israele è stato ampiamente escluso dai colloqui bilaterali.

Nel frattempo, sul terreno continuano a registrarsi tensioni e violazioni della tregua, con l’esercito israeliano che ha proseguito i bombardamenti contro obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale e orientale.

Eliza Anton