Il confronto tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare e sulla stabilità del Medio Oriente prosegue lungo un doppio binario fatto di aperture diplomatiche e forti attriti. Il presidente americano Donald Trump ha aperto alla possibilità di un accordo di lungo termine con Teheran, ipotizzando uno stop di vent’anni alle attività nucleari sensibili in cambio di verifiche vincolanti.
Trump ha inoltre espresso sintonia con la posizione del leader cinese Xi Jinping, contrario alla militarizzazione dello Stretto di Hormuz e all’atomica iraniana, rivendicando contemporaneamente il successo delle recenti operazioni militari statunitensi che avrebbero neutralizzato gran parte dei sistemi missilistici della Repubblica islamica.
Sul fronte negoziale, tuttavia, la situazione resta complessa. Washington ha respinto integralmente l’ultima proposta iraniana, che subordinava l’avvio delle trattative a cinque condizioni preliminari, tra cui la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei beni congelati, i risarcimenti di guerra e il riconoscimento della sovranità di Teheran sullo Stretto di Hormuz. Nonostante il rifiuto americano, definito dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi un passaggio risalente a diversi giorni prima, Teheran ha confermato di aver ricevuto nuovi messaggi da Washington che indicano la volontà di non interrompere i canali di comunicazione.
Araghchi ha ammesso che la mediazione, attualmente affidata al Pakistan, attraversa una fase critica a causa della profonda sfiducia reciproca. In questo scenario, l’Iran guarda con favore a un potenziale ruolo di Pechino, definendo la Cina un partner strategico in grado di favorire il dialogo.
Parallelamente al dibattito diplomatico, la leadership interna iraniana mantiene una linea di fermezza ideologica, come emerso dalle ultime dichiarazioni di Mojtaba Khamenei, il quale ha richiamato i valori della resistenza e della difesa dell’identità nazionale contro l’influenza culturale americana.
Eliza Anton
