Il Senato del Congresso americano, nonostante la maggioranza repubblicana, ha approvato con 50 voti a favore e 48 contrari una risoluzione che punta a introdurre una limitazione ai poteri di guerra del presidente Donald Trump nell’ambito della crisi geopolitica con l’Iran. Il documento richiede espressamente la cessazione delle ostilità militari in assenza di una specifica autorizzazione parlamentare. Il voto ha registrato una spaccatura interna tra i conservatori, poiché quattro senatori repubblicani hanno votato con i democratici (Rand Paul, Susan Collins, Lisa Murkowski e Bill Cassidy), mentre il senatore John Fetterman si è espresso contro la mozione, allineandosi alla Casa Bianca. Sebbene l’atto abbia una natura prevalentemente simbolica e non vanti un valore effettivo vincolante, la sua approvazione lancia un chiaro segnale politico all’amministrazione presidenziale.

La reazione di Donald Trump non si è fatta attendere ed è arrivata tramite i canali social, dove il presidente ha liquidato la risoluzione definendola del tutto insensata e approvata nel momento sbagliato. Trump ha rivendicato l’efficacia della propria strategia di massima pressione, sostenendo di avere l’Iran alle corde e pronto a cedere su ogni fronte; ha inoltre accusato il Senato di aver indebolito la posizione diplomatica di Washington inviando un messaggio di incertezza a quello che definisce il principale sponsor del terrorismo globale, configurando l’atto come un aiuto e conforto al nemico. Il capo dello Stato ha infine rivolto dure critiche ai quattro esponenti del proprio partito che hanno sostenuto il provvedimento, affermando che la loro scelta ha complicato il suo operato strategico.

Sul piano della diplomazia internazionale e della sicurezza nucleare si registrano comunque movimenti significativi. Il portavoce del ministero degli Esteri del Pakistan, Tahir Andrabi, ha annunciato la ripresa dei colloqui tecnici tra funzionari statunitensi e iraniani per la prossima settimana. Nel frattempo, il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha confermato con sicurezza da Fukushima che le ispezioni agli impianti nucleari iraniani si faranno, ribadendo come tali verifiche costituiscano una parte integrante e imprescindibile dell’accordo siglato tra Washington e Teheran.

Grossi ha ridimensionato le recenti dichiarazioni restrittive del portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei — il quale aveva escluso ispezioni a breve termine sui siti danneggiati dalla guerra e sui depositi di uranio arricchito —, precisando che la definizione esatta delle tempistiche e delle procedure è ormai imminente e avverrà in piena collaborazione con le autorità di Teheran. Infine, una sponda politica sulla stabilità regionale è giunta dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, il quale ha rimarcato che per la Repubblica Islamica porre fine alla guerra in Libano riveste la medesima importanza strategica rispetto alla conclusione del conflitto diretto con l’Iran.

Eliza Anton