Le crescenti attività militari di Israele nell’area mediorientale rischiano di compromettere la stabilità del delicato accordo sul cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti. Il quartier generale del Comando unificato iraniano, noto come Khatam al-Anbiya, ha lanciato un duro monito a Washington affinché ponga un freno ai sorvoli dei caccia israeliani all’interno degli spazi aerei dei Paesi limitrofi, considerati da Teheran una minaccia diretta alla sicurezza della Repubblica Islamica. I vertici militari e i Pasdaran hanno definito questi voli un passo pericoloso, avvertendo che, in caso di mancato controllo statunitense sulle azioni di Tel Aviv, l’Iran considererà legittimo il proprio diritto a rispondere militarmente. Nel frattempo, la tensione nello stretto di Hormuz resta altissima: la Marina dei Guardiani della Rivoluzione ha ribadito che il transito commerciale è consentito esclusivamente lungo le rotte approvate da Teheran. Tale posizione si scontra con le contromisure internazionali, tra cui l’iniziativa dell’Oman che ha predisposto un corridoio costiero sicuro in accordo con l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) per sbloccare i mercantili in attesa, nonostante si registrino ancora incidenti significativi come il recente danneggiamento di una nave battente bandiera di Singapore al largo delle coste omanite.
Parallelamente alle tensioni diplomatiche, un’inchiesta giornalistica del Wall Street Journal ha rivelato dettagli inediti sui reali danni subiti dalle infrastrutture statunitensi nella regione. Contrariamente alle iniziali rassicurazioni ufficiali del Pentagono, i bombardamenti missilistici e i raid con droni condotti dall’Iran tra fine febbraio e giugno hanno pesantemente colpito e devastato la base della Marina americana in Bahrain (NSA Bahrain), centro nevralgico della Quinta Flotta dal 1971. Le analisi dei filmati e delle immagini satellitari indicano che l’offensiva iraniana ha centrato e reso inagibile il quartier generale del comando, oltre a distruggere due costosi terminali di comunicazione satellitare AN/GSC-52B e a infliggere gravi danni materiali agli hangar della Task Force 59 (l’unità speciale per i droni e l’intelligenza artificiale), agli alloggi del personale, alla mensa e agli impianti di acqua potabile.
Queste rivelazioni hanno aperto un profondo dibattito strategico ed economico a Washington. I costi complessivi del conflitto per le casse americane sono stimati dai centri di ricerca tra i 29 e i 40 miliardi di dollari complessivi, una cifra che include fino a 5 miliardi di dollari di soli danni strutturali causati dalle incursioni iraniane ai presidi militari. Di fronte alla vulnerabilità dimostrata dalle installazioni nel Golfo, situate a ridosso delle coste iraniane, il Pentagono sta valutando una ristrutturazione radicale della propria postura nell’area.
I piani al vaglio dei vertici della difesa statunitense prevedono una progressiva riduzione della presenza militare in Kuwait e in Arabia Saudita, con il contestuale trasferimento sotterraneo o lo spostamento di centri di controllo, armamenti e squadriglie aeree più a ovest, ipotizzando una ricollocazione strategica direttamente sul territorio di Israele, che durante le fasi acute della guerra ha già ospitato decine di caccia e aerei da rifornimento americani.
Eliza Anton
