Il processo negoziale tra Washington e Teheran attraversa una fase di forte incertezza diplomatica, caratterizzata da una girandola di smentite e conferme relative a un imminente vertice bilaterale. Le indiscrezioni giornalistiche (diffuse inizialmente da Axios) in merito a un incontro fissato a Doha per ristabilire la sicurezza marittima sono state formalmente smentite dal viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi. Il rappresentante di Teheran ha chiarito che non è in programma alcuna riunione tecnica dei gruppi di lavoro per questa settimana, sottolineando che il primo ciclo di colloqui ufficiali avverrà solo quando si verificheranno le condizioni idonee e dopo un formale accordo bilaterale su data e luogo, pur confermando il proseguimento dei contatti indiretti attraverso i tradizionali Paesi mediatori. Di parere opposto si è dimostrato il presidente statunitense Donald Trump, il quale ha rivendicato su Truth la paternità dell’iniziativa affermando che l’Iran stesso ha richiesto l’incontro e che il vertice nella capitale qatariota si terrà regolarmente. A conferma della linea di Washington, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha annunciato in un’intervista televisiva che gli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner prenderanno parte alla delegazione americana per favorire la concretizzazione del processo di pace, parallelamente ad altri tavoli di consultazione tecnica.

Il fulcro del contenzioso geopolitico rimane il controllo dello Stretto di Hormuz, un corridoio marittimo vitale per i mercati energetici globali, che era stato temporaneamente chiuso da Teheran durante il conflitto bellico iniziato a fine febbraio, provocando un’impennata dei prezzi petroliferi. Sebbene il transito sia stato riaperto, l’Iran insiste nel riconoscere esclusivamente un corridoio di navigazione che costeggia i propri litorali, minacciando ritorsioni contro le rotte alternative e le imbarcazioni non conformi.

Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito da Baghdad che la Repubblica Islamica è l’unica autorità responsabile della gestione dello stretto, diffidando le Nazioni Unite e i Paesi terzi da qualsiasi interferenza. Le frizioni si collegano a una serie di recenti raid incrociati: gli Stati Uniti attribuiscono all’Iran alcuni misteriosi attacchi contro mercantili e hanno risposto bombardando obiettivi iraniani, mentre Teheran ha replicato lanciando droni e missili verso i Paesi del Golfo e colpendo duramente la base navale americana in Bahrein. Tali eventi hanno innescato una dura crisi diplomatica regionale, spingendo il consigliere della Guida Suprema iraniana, Ali Akbar Velayati, a rivolgere un serio avvertimento al Bahrein contro possibili decisioni drastiche, mentre l’Oman ha tentato di allentare la pressione aprendo temporaneamente rotte alternative per sbloccare le navi commerciali ferme.

Nonostante l’escalation militare rischi di far deragliare l’intesa preliminare siglata a metà giugno — basata su un periodo negoziale di 60 giorni per raggiungere un accordo definitivo — sul piano economico si registrano significativi sviluppi collegati alla distensione finanziaria. Il presidente iraniano Massoudd Pezeshkian ha infatti annunciato ufficialmente lo sblocco dei fondi iraniani, confermando che, in virtù del memorandum d’intesa siglato con gli Stati Uniti, una prima tranche pari a 6 miliardi di dollari (sui 12 miliardi totali di risorse precedentemente congelate) sarà restituita al Paese tramite i canali bancari del Qatar. Pezeshkian ha celebrato il risultato come una grande vittoria politica per la Repubblica Islamica, evidenziando come l’intesa preveda anche la progressiva revoca delle sanzioni sul petrolio e sul settore petrolchimico, offrendo un parziale sollievo all’economia nazionale in cambio della riapertura dei canali diplomatici con l’amministrazione americana.

Eliza Anton