Ritorna ogni tanto, in quel che rimane della Sinistra Italiana ed addirittura negli ambienti governativi dove si coltiva il mito della Sinistra, la questione del matrimonio omosessuale.
Se ne parlò quando avevamo il Governo Prodi, ne ha sempre parlato il Governatore della Sicilia, Crocetta, omosessuale dichiarato, pronto a fare di questa “novità” uno dei cardini dell’autonomia dell’Isola, per altro verso naufragata nella bancarotta e nelle speculazioni mafiose-antimafiose.
Mi sono domandato spesso perché gli omosessuali ci tengono al matrimonio, non in quanto militanti di Sinistra o governatori di qualche regione (cose che sarebbe, al contempo, più difficile e più facile capire) ma in quanto omosessuali.
Le ragioni che vengono esposte sono le più varie, le più banali, le più astruse.
C’è chi dice che il matrimonio degli omosessuali ci vuole per assicurare uno straccio di pensione di reversibilità al compagno superstite. Pedestre, chiara, banalissima ragione: come dire che il matrimonio fu inventato divinando il secolo della pensione di reversibilità e degli assegni famigliari.
C’è chi ne fa una questione di realizzazione del principio della parità dei sessi. Piuttosto stupida. Meglio comunque che questi estremisti della parità abbiano scelto la via delle istituzioni giuridiche (si fa per dire) che quella della chirurgia.
Io non saprei come qualificare questo gran bisogno degli omosessuali di avere un “loro” matrimonio, né riesco a capirne bene l’origine.
La spiegazione più plausibile è quella che essi si sentano tornati al Medioevo, epoca (a quel che si dice, ma forse erano solo chiacchiere) di furente sessuofobia. La vita sessuale si svolgeva tra incombenti minacce di roghi e di scomuniche, con prospettive atroci di dannazione eterna.
In quell’atmosfera, che non ha impedito, per fortuna, a chi ha saputo intenderla, di viversi la vita in boccaccesca giocondità, il sesso non è stato demonizzato e condannato “in sé”, e ciò a causa dell’”eccezione” ai divieti rappresentata dal matrimonio. Non si poteva da parte dei votati alla castità investiti del potere socio-religioso, demonizzare oltre un certo limite ed “in toto” il sesso, visto che il matrimonio in cui, sia pure con prescrizioni atte a renderlo noioso e senza fantasia, il sesso era parte essenziale. Era esso, implicitamente ed esplicitamente, tra i “bona matrimonii” i maggiori (proles, fides, sacramentum) ed i minori, il “mutuum adiutorium” (ecco affacciarsi la questione della pensione e degli assegni famigliari di là da venire!) e il “remedium concupiscentiae”.
Salvato dalla demonizzazione dal “remedium”, costituito dal sacramentum del matrimonio cui per forza di cose e per elasticità di retorica lo si abbinava, il sesso, anche quello peccaminoso perché “extramatrimoniale” e come tale “fornicatorio”, “concubinario” etc. etc. aveva in sé il suo posto tra le legittime aspirazioni umane anche per i monaci votati alla castità.
Ora gli omosessuali non rischiano più di essere bruciati sui roghi della moderna inquisizione. Hitler ne ha fatto l’ultima strage, ma ora l’omosessualità non solo non è più additata come un crimine e come un vizio immondo, ma non scalfisce neanche un po’ l’immagine pubblica di chi la pratica e la professa. Su diciotto regioni italiane, due hanno governatori dichiaratamente gay. Forse ce n’è qualcun’altro, ma non interessa troppo a nessuno.
Non ci sono più nemmeno zone in cui il maschilismo tenti di imporsi respingendo questa indifferenza: si pensi alla Sicilia.
Con tutto ciò si direbbe che gli omosessuali abbiano bisogno di Medioevo, di emarginazione e di persecuzione. Per potersene liberare e per invocare una “parità” che già hanno.
Si direbbe che sono gli unici a considerare l’omosessualità demonizzata. A che altro servirebbe infatti il matrimonio tra gay se non ad esorcizzare con un po’ di carta bollata e qualche buona parola di un sindaco, questa pur introvabile demonizzazione? Vogliono ripercorrere la via dolorosa e faticosa della conquista della loro libertà, come di quella eterosessuale, con un matrimonio che, legittimando un po’ della omosessualità, impedisca la demonizzazione (che non c’è) del resto, di quelli che mai e poi mai si scomoderebbero ad andare dal sindaco a farsi dichiarare marito e moglie o “coniuge”, perché pare che “marito” e “moglie” siano due parole da bandire. Bisogna pur demonizzare qualcosa.
Conclusione. Pare che più la società si fa libera e più venga fuori di qua e di là una certa voglia di conformismo. O sbaglio?
Può anche darsi che qualcuno di questi fautori del matrimonio omosessuale guardi lontano ed abbia presente, (non scandalizzatevi!), problemi religiosi o chiesastici.
Sissignori. Non è poi così assurdo.
La Chiesa lanciò fuoco e fiamme di scomuniche “latae” e “ferendae sententiae” contro il matrimonio civile nel Secolo XIX. A Torino il Vescovo e Senatore Reggio d’Ondes lo definì “un contratto di accoppiamento che mi fa schifo”.
Ma, una volta approvata tale istituzione fece ancora fuoco e fiamme per sostenere che anche il matrimonio civile dovesse essere indissolubile al pari del “vero matrimonio”, quello religioso.
Chi sa che in un domani più o meno lontano la Chiesa cominci col volere che i matrimoni gay siano indissolubili o, al più, annullabili solo davanti a qualcosa di analogo alla Sacra Rota, magari per riserva mentale o per la mancanza, che so, dell’”animus copulandi” (o dell’equivalente gay di esso). E di lì una particolare e caritatevole attenzione per i gay divorziati etc. etc. sarà breve il passo.
Forse qualcuno ritiene che sto passando al blasfemo. Oggi. Ma domani chi sa. Chi vivrà, vedrà…
Mauro Mellini giustiziagiusta.info
