SEQUESTRO SPINELLI: BERLUSCONI E I DUE IMPEGNI ANNULLATIMa bisognava proprio attendere la sentenza della VI Sezione della Corte di Cassazione per rendersi conto che Berlusconi era stato perseguitato?

Non ho neppure bisogno di scrivere ora, se non per quelli che mai mi avevano letto in questi anni, che, qualunque fosse stato il tenore della sentenza, di persecuzione avrebbe comunque dovuto parlarsi.
Né la persecuzione c’è stata solo nel processo “a luci rosse”, in cui si è scatenato l’antico convincimento circa “l’uso alternativo della giustizia” (da lei professato in gioventù quando scriveva su “Magistratura Democratica”) di Ilda Boccassini e non negli altri quattordici o quindici procedimenti intentati contro il Cavaliere da quando è entrato in politica.

Per non parlare di quelli, benché conclusi con sentenza di condanna passate in giudicato, contro i più stretti collaboratori, artefici con lui di quella “scesa in campo”, caduti subito dopo sotto l’”occhio vigile”, ma tuttavia, quanto meno, fino ad allora distratto, della giustizia “indipendente e sovrana”, nonché alternativamente utilizzabile, di questo nostro Paese.

Di essi sembra si sia scordato anche Berlusconi, che di questa persecuzione ha professato sempre convincimenti molto “personalistici” in senso sia passivo che attivo.
Credo che in questo momento sarebbe doveroso, specie per quanti giubilano in una ritrovata fede berlusconiana, non dimenticarsi, ad esempio, di Previti e di Dell’Utri, dei quali si può, magari, ritenere che non fossero innocenti, ma certo non che non siano stati perseguitati, visto che l’una cosa non esclude affatto l’altra (anche i colpevoli hanno diritto ad un “giusto processo”, senza, cioè, prevenzione e strumentalismi).
Ma Berlusconi, cui non darei mai per scontato e provato l’”addebito” di non pensare più a quei suoi compagni (e strateghi) dell’avventura in cui si lanciò nel 1994, non ha mancato, anche ora, in cui finalmente si è lasciato andare a parlare senza mezzi termini, di “persecuzione” nei suoi confronti, di parlare di “certi P.M.” e di tessere le lodi del “sistema” (che, del resto, non ha mai tentato di modificare e cambiare!) e di parlare ottimisticamente di “trionfo finale della giustizia”.
Non c’è da meravigliarsi, quindi, se tutto il garantismo di recente acquisizione, quello che ben volentieri avrebbe visto “svanire” semplicemente nelle nebbie del passato queste pagine emblematiche di un sistema inimmaginabile, così da evitare loro il “fastidio” di doverne ancora parlare ed altrettanto volentieri avrebbe visto confermato dalla Cassazione che “non si trattava di persecuzione”, lasciano oggi capire di dovere a malincuore ammettere che la Ilda aveva proprio esagerato.
Così ora c’è in questo poco convincente neogarantismo, professato, tra l’altro, in modo particolare, da una parte dei beneficiari politici del risultati della persecuzione (una sottospecie della…ricettazione) la tendenza a buttarla tutta sulle spalle della Boccassini e del suo inviperito accanimento.
Nessuno penserà che io voglia difendere Ilda Boccassini. Ne ho scritto, tra l’altro, quel che ne pensavo in ordine anche ad altre vicende. Mi colpì e mi addolorò particolarmente la sua sparata contro una ragazzina (guarda caso, anch’essa eletta, anche se solo al consiglio scolastico) rea di essere figlia nientemeno che di Totò Riina, sostenendo (e pretendendo) la sciagurata ed odiosa decisione delle “Autorità scolastiche”, di annullare la sua elezione da parte dei compagni di scuola “viziata dalla mafiosità genetica” dell’eletta.
Ma è certo ce Ilda Boccassini si è assunta il compito di vibrare contro il Cavaliere solo il colpo di grazia mediatico.
Se la gente continuava a votarlo benché “inquisito” (cosa che era bastata, nel 1994, all’indomani della sua prima vittoria elettorale, per costringerlo alle dimissioni), infischiandosene (o magari, “premiandolo” per tutti quegli addebiti, tra cui la frode fiscale, che non ha mai scandalizzato gli Italiani, al più scatenando la loro invidia) occorreva farne un esemplare di ridicolo attempato puttaniere, magari un po’ rincoglionito per certi eccessi: era quello che ci voleva per “completare l’opera” che ha visto impegnati per anni tanti magistrati.
Liquidarlo così in Italia ed all’Estero.
Non c’è bisogno di ipotizzare che la decisione di sferrare un’offensiva di questo genere (affidandola ad una donna!) sia ascrivibile ad una dietrologica “direzione strategica” di tutta la campagna politica giudiziaria.
I “golpe” che riescono più facilmente sono quelli che non vengono studiati e pianificati dal complotto di generali, ma quelli in cui i carri armati “si muovono da sé”.
Molti di quelli che oggi ammettono l’”eccesso” della mastodontica inchiesta della Boccassini sui “festini di Arcore” avrebbe continuato a rammaricarsi dell’inconcludenza per l’elettorato delle “indicazioni” in altro modo date ad esso dalla Magistratura.
C’è poi da dire, piuttosto, che questa, che ha dato prova di grande compattezza durante tutta la ventennale campagna “anticavaliere” e che, magari, da quest’ultima sentenza assolutoria dopo il “disarcionamento” si aspettava e si aspetta (lo vedremo tra poco) una assoluzione ed un velo di dimenticanza per sé stessa e per i suoi componenti più “esposti”, ha mostrato imprevedibili incrinature. Più manifeste nell’atteggiamento dei membri “laici” del Partito dei Magistrati.
La stessa cosa sta avvenendo in Sicilia, dove il venire al pettine delle malefatte del “partito della legalità antimafiosa” truppa ausiliaria (ma essenziale) del P.d.M. e della “magistratura di lotta”, mostra di incrinarsi per lasciare alle “schegge impazzite”, rappresentate dall’ala “antitrattativista” palermitana, quella cioè, del grottesco e provocatorio processo per il tentativo si subire il ricatto mafioso oltre vent’anni fa, tutta la responsabilità degli eccessi e delle prevaricazioni cui si è abbandonata la magistratura, pressoché nella sua interezza, nella repressione del fenomeno mafioso.
Intorno a certi magistrati palermitani “di punta”, una volta circondati da una corte di colleghi questuanti di un po’ del loro prestigio mediatico, pare che cominci a notarsi qualche vuoto.
Il Partito dei Magistrati, oggi veramente più forte che in passato, è anche più prudente ed abile nel cercare di mimetizzarsi (benché un po’ tutti si ostinino a mostrare di non vederlo) e di spendere tutta l’autorevolezza del conquistato ruolo preminente tra le Istituzioni politiche della Repubblica, e cerca di far sì che le sue “schegge impazzite”, di cui pure si è valso per affermarsi e farsi temere, abbiano a prendersi tutta la responsabilità delle devianze istituzionali con le quali esso si è imposto nella vita politica del Paese.
E’ augurabile, ma è forse solo una speranza vana, che non manchi qualcuno che nel Paese, nella stampa, nel Parlamento, sappia tener fermo sul punto che il Partito dei Magistrati, l’anomalia costituzionale tutta italiana, non è né Ilda Boccassini, né Antonino Ingroia. Né tanto meno Di Matteo. Ma tutta la Corporazione, divenuta partito.
Senza, ripetiamo, farci illusioni.
Mauro Mellini da giustiziagiusta.info