Nella notte si è consumato un duro scambio di raid militari tra Stati Uniti e Iran nella regione del Medio Oriente, un’escalation che tuttavia, secondo gli osservatori, sembrerebbe salvaguardare sia la reputazione strategica dei due storici avversari sia i complessi negoziati per un accordo di pace che proseguono da settimane dietro le quinte. L’azione è scattata come rappresaglia statunitense per l’abbattimento di un elicottero Apache americano. Su ordine del presidente Donald Trump, le forze del Centcom hanno condotto circa quattro ore di attacchi di autodifesa concentrati principalmente nella strategica area dello stretto di Hormuz.

I bombardamenti, suddivisi in tre ondate e condotti con munizioni di precisione da caccia dell’Aeronautica e della Marina, hanno preso di mira basi navali a Sirik e Jask, le difese aeree di Bandar Abbas e le batterie missilistiche a Qeshm. Sebbene il Pentagono abbia parlato di obiettivi esclusivamente militari, Teheran ha denunciato il ferimento di infrastrutture civili, tra cui due serbatoi di acqua potabile.

Quasi immediata è stata la contro-risposta dei Pasdaran, che hanno lanciato missili a lungo raggio e droni contro la presenza militare statunitense nella regione, prendendo di mira la Quinta flotta in Bahrein e diverse installazioni in Kuwait e in Giordania, rivendicando anche l’abbattimento di un drone MQ9. Nonostante i Guardiani della Rivoluzione abbiano dichiarato di aver distrutto importanti obiettivi, tra cui hangar di caccia F35 nella base di al-Azraq, le autorità giordane hanno ridimensionato l’impatto parlando di missili intercettati e dell’assenza di danni significativi.

Sul fronte politico, Donald Trump ha commentato duramente l’operazione sui social network affermando che l’Iran pagherà il prezzo per aver perso tempo nelle trattative e descrivendo le forze militari di Teheran come fortemente indebolite, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha intimato alle forze straniere di lasciare la regione per garantire la propria sicurezza.

Nonostante l’intensità degli scontri e il permanere di uno stato di massima allerta da ambo le parti, i canali diplomatici paralleli non si sono interrotti. Fonti della Casa Bianca hanno confermato che la prospettiva di un’intesa rimane vicina e lo stesso Trump, nelle ore successive, ha evitato di focalizzare l’attenzione pubblica sul conflitto. Parallelamente, a Teheran, le stesse comunicazioni dei Pasdaran hanno svelato l’esistenza di forti tensioni interne tra l’ala militare e i negoziatori governativi; il comando militare ha infatti lamentato le pressioni esercitate da una parte del team negoziale – guidato implicitamente dal presidente del parlamento Mohammed Ghalibaf – per contenere la forza della risposta armata iraniana proprio al fine di tutelare l’imminente e possibile firma dell’accordo di pace.

Eliza Anton