Mentre i riflettori del mondo si accendono a intermittenza sulle tensioni in Medio Oriente e sulle ultime cronache dall’Iran, emerge una verità incomoda: la violenza è il linguaggio comune di un’epoca che ha smarrito il dialogo.Che sia quella fisica dei missili o quella silenziosa delle sanzioni, la guerra porta con sé un carico di ipocrisia che sembra essere l’unica vera costante della politica internazionale.

Da un lato, assistiamo al coraggio di popoli che, come in Iran, sognano di scardinare dogmi obsoleti, gridando libertà sotto gli occhi di un mondo che spesso si limita a guardare.

Dall’altro, osserviamo governi che predicano sacrifici al proprio popolo mentre i loro leader nuotano nell’oro dei privilegi.

È la stessa vecchia storia: Il potere che si nutre della carne viva dei cittadini, trasformati in numeri, in “danni collaterali” o in scudi umani per ideologie che non rappresentano più nessuno, se non sé stesse.

Ma fermiamoci un attimo, prima di puntare il dito, siamo sicuri di avere la bussola giusta? Il nord magnetico che usiamo per giudicare è sempre la democrazia liberale, che vendiamo come il “pacchetto completo” della felicità.

Ma qual è il break even point della democrazia? Il punto in cui i costi superano i benefici?

Ci viene detto che la sua essenza è la libertà; Eppure, se analizziamo i dati con onestà intellettuale, scopriamo che anche nel cosiddetto “mondo civile” questa libertà è in vendita.

Guardiamo le classifiche sulla libertà di stampa degli ultimi anni: il trend è preoccupante.

Non solo nei regimi autoritari, ma anche in Europa, siamo sicuri che esista ancora una reale libertà di opinione quando il pensiero dominante viene costruito a tavolino da poche concentrazioni mediatiche?

E che dire della libertà alla salute? Il Sistema Sanitario Nazionale, vanto italiano, è stato messo a dura prova e forse umiliato durante la gestione del COVID-19.

L’ombra del business legato all’obbligo vaccinale, la mancanza di trasparenza sugli effetti a lungo termine e le conseguenze ancora oggi oscurate ci pongono una domanda scomoda: Siamo sicuri che la scienza non sia stata piegata alle logiche del profitto?

Ancora oggi, su molte di quelle dinamiche, siamo all’oscuro di tutto.

Questo ci porta al paradosso attuale, da una parte rivendichiamo il diritto di intervenire per portare democrazia in terre lontane, dall’altra non riusciamo a garantirla a casa nostra.

Ma la domanda di fondo resta: E’ giusto invadere usi, costumi e logiche di un altro Stato?

Chi ci autorizza a stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato? La risposta diplomatica sarebbe “il diritto internazionale”, ma oggi lo vediamo calpestato come non accadeva dalla Seconda Guerra Mondiale.

Le convenzioni di Ginevra, scritte sul sangue di ieri, oggi vengono bruciate nei teatri di guerra di oggi.

Il rispetto per i bambini, le donne, i civili inermi è diventato optional e mentre le grandi potenze giocano a Risiko, i cittadini comuni ne fanno le spese.

L’Italia stessa, con il suo Ministero della Difesa, sembra a volte brancolare nel buio: i nostri concittadini si ritrovano in aree di guerra, come nel recente caso di Dubai, senza informazioni preventive adeguate. È questo il rispetto per la vita dei propri connazionali?

A peggiorare il quadro, si affaccia un nuovo, inquietante protagonista: L’Intelligenza Artificiale.

Uno strumento potentissimo che, in mano al mondo civile, potrebbe risolvere problemi secolari, ma che in mano al mondo militare rischia di inibire definitivamente il codice etico.

Affidare a una macchina la scelta di chi vive e chi muore, o peggio, usare l’AI per costruire narrazioni divisive e manipolare il consenso, ci sta portando verso un futuro disumano.

La potenza muscolare del più forte sta sostituendo il diritto, in un ritorno alla legge della giungla dove la sovranità nazionale viene violata con una nonchalance che fa paura.

E allora, in questo deserto di buon senso e di dialogo, dove possiamo trovare un lumicino di speranza?

Forse, paradossalmente, in uno dei luoghi più “popolari” e apparentemente lontani dalla geopolitica: il Festival di Sanremo.

La vittoria di un cantante come Sal Da Vinci, che ci riporta con i piedi per terra parlando di valori umani autentici, di sentimenti veri, ci ricorda che sotto la cenere della politica e della guerra, la brace dell’umanità è ancora accesa.

L’arte, la musica, la cultura restano l’ultimo baluardo.

Forse è proprio da lì che dobbiamo ripartire, non dai cannoni o dai droni intelligenti, ma da un nuovo Rinascimento culturale.

Un ritorno all’uomo, alla sua dignità, alla sua capacità di pensare con la propria testa.

Un Rinascimento che ci permetta di porci le domande giuste: non se sia giusto esportare la democrazia, ma se siamo ancora in grado di viverla. Non se l’AI sia un pericolo, ma se abbiamo ancora l’etica per governarla. Non se l’Iran o qualsiasi altro paese lontano debba cambiare, ma se noi abbiamo ancora la forza di cambiare noi stessi, prima che sia troppo tardi.

Prof. Carmelo Antonio Terzo