La minaccia di chiusura dello Stretto di Bab el-Mandab, evocata nuovamente dalle autorità di Teheran, riaccende i riflettori su uno dei nodi geopolitici più sensibili del pianeta. Questo corridoio marittimo, situato tra lo Yemen e il Corno d’Africa, rappresenta uno dei principali colli di bottiglia del traffico marittimo mondiale insieme allo Stretto di Hormuz. Lungo circa 50 chilometri e largo appena 26 nel suo punto più stretto, Bab el-Mandab funge da cerniera tra il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano, configurandosi storicamente come l’ingresso meridionale al Canale di Suez. Attraverso le sue acque transita annualmente circa il 12% del commercio mondiale di petrolio via mare, oltre a una quota fondamentale di merci scambiate tra il continente asiatico, l’Europa e il bacino del Mediterraneo.
L’importanza geopolitica di questa rotta affonda le radici nella storia, fin da quando la Compagnia britannica delle Indie Orientali ne controllava le isole limitrofe nel XIX secolo per consolidare i collegamenti verso Suez. Oggi, un eventuale blocco della “Porta delle Lacrime” — nome evocativo dei pericoli storicamente legati alla sua navigazione — costringerebbe le imbarcazioni commerciali a circumnavigare l’Africa meridionale. Questa deviazione forzata comporterebbe un allungamento delle rotte di migliaia di chilometri, un sensibile aumento dei tempi di percorrenza e il conseguente rincaro dei costi di trasporto e delle merci. Con lo Stretto di Hormuz già di fatto chiuso, un contestuale blocco di Bab el-Mandab determinerebbe uno dei più gravi shock di approvvigionamento energetico degli ultimi decenni su scala globale.
Eliza Anton
