Sembrava semplice: per svuotare le carceri, far cessare lo scandalo delle celle strapiene, si era cominciato a mandare a casa anche detenuti ritenuti non idonei a “godere” della detenzione domiciliare, sigillando al loro polso un braccialetto elettronico con il quale tenerli continuamente sotto controllo. Svuotare le carceri e riempire i braccialetti. Non so se Pannella avesse “sospeso” il suo perpetuo digiuno sulla base di tale provvedimento “svuota carceri”. Pare però che ora lo abbia ricominciato. E con ragione (si fa per dire) perché si è scoperto che non ci sono sufficienti braccialetti perché il “godimento” della detenzione domiciliare “braccialmente controllata” possa essere realizzata.
La colpa pare che sia della ministra Cancellieri, la più osannata dei Prefetti della Repubblica, che Napolitano ed il presidente del Consiglio del suo cuore, Monti, portavano in palmo di mano e che noi abbiamo subito classificato come meritava per aver predisposto il famoso decreto legge da entrare in vigore dopo la legge di conversione.
Oltre queste acrobazie costituzionali (in pro delle Società di sfruttamento della mediazione obbligatoria) la Cancellieri è incorsa in una storia, diciamo così, di “generosità” nella spesa del denaro pubblico proprio per una molto “chiacchierata” convenzione miliardaria con la TELECOM relativa ai braccialetti, che ha scandalizzato il Consiglio di Stato.
Ferma la convenzione per la fornitura, ferma la produzione dei braccialetti. Fermi i Ministeri che avrebbero dovuto rimedire allo sperpero della Cancellieri e far sì che la produzione braccialifera non si fermasse.
Così l’operazione “svuota carceri” sta naufragando per difetto di bracciali.
Che fare? Speriamo che a nessuno venga in mente che sostituire i bracciali con dei collari sarebbe più facile e rapido. Pannella, intanto, dovrà digiunare per “svuotare i bracciali”.
Nessuno pare voglia considerare che il meglio sarebbe non empire le carceri con troppa disinvoltura anziché preoccuparsi di svuotarle dopo averle sconciamente riempite.
Quanto ai bracciali, il loro uso ha un ineliminabile intrinseco sapore di invito ad una estensione del numero di persone da mettere sotto controllo: per la maggior parte dei magistrati questa novità della tecnologia applicata alla giustizia (si fa per dire) è un incentivo ad aumentare anziché diminuire la popolazione sottoposta a “misure cautelari”. Un braccialetto sembra cosa da non doversi negare a nessuno. Oggi mancano i bracciali, ma non è poi impertinente pensare che quando ve ne saranno molti di più a disposizione crescerà il numero dei cittadini “da imbraccialare” secondo i magistrati e non diminuirà un gran che il numero di quelli ingabbiati nelle carceri.
E, poi, c’è la questione del collare. Non appena faremo l’abitudine all’esistenza di una categoria umana di “imbraccialati”, vedrete che qualcuno, probabilmente, per le esigenze della lotta alla mafia, salterà fuori a proporre, e non solo a proporre, di sostituire il bracciale con un collare elettronico, adeguato alla maggiore pericolosità del soggetto. Una specie di regime del 41bis del’imbraccialamento.
E’ probabile che questa preoccupazione, e lo scarso entusiasmo per questa “soluzione elettronica” del problema del sopraffollamento delle carceri dipenda da una nostra insuperabile diffidenza senile verso le novità dell’era elettronica.
Sarà così. Ma quando mi liscio il collo dopo essermi fatto la barba, non mi piace dover immaginare il mio e quello altrui rinchiuso in una “garrota” elettronica. E quando si comincia con i bracciali…
Mauro Mellini
da www.giustiziagiusta.info
