Conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministriQuanto a slogan, Matteo Renzi, in pochi mesi, ha surclassato i vent’anni di Silvio Berlusconi. Indubbiamente, o gli vengono facili, facili, oppure ha un creativo (o più creativi) che lavorano a pieno regime.
Quelli che seguono sono quelli forgiati negli ultimi due-tre giorni.

–   “L’Europa non può diventare la patria delle burocrazie e delle banche”.

–    La dobbiamo “difendere dall’assalto della tecnocrazia per farne la casa della politica, dei valori e dei cittadini”.

–    “Non serve avere una moneta comune se non hai in comune un destino”.

–   “L’Italia sa che c’è un valore più grande di quello economico, c’è una storia comune, valori educativi e culturali e anche di scommessa sul bello”.

Sono slogan che fanno i titoli sui giornali e il piatto forte dei telegiornali e poi rimbalzano nei talk show: è la twitterizzazione della comunicazione politica e, purtroppo, della politica in sé e della società nel suo complesso. L’attacco alla tecnocrazia è funzionale a questo meccanismo di semplificazione estrema delle questioni: suscita naturale simpatia. Ma spinge al dilettantismo, la cui data d’inizio può essere fatta risalire ai referendum “semplificatori” di Mario Segni del 1993. Tutto si tiene, anche se non tutti se ne rendono conto e lo ricordano.

Lo slogan più gettonato si condensa in una sola parola: riforme.  Il quasi fiorentino Matteo Renzi sa bene che cosa pensava l’illustre fiorentino Niccolò Machiavelli: “la gente cambia sperando di migliorare”, aggiornato da Tomasi di Lampedusa: “cambiare tutto per non cambiare nulla”. L’dea della rottamazione nasce da qui. Solo che i rottami non svaniscono, non si sciolgono in qualche acido prodigioso: sono pieni di aderenze e costano. Ancora non è stata rottamata una sola delle 2000 scuole con problemi gravi di amianto. Qual è la “scommessa sul bello” con le discariche a cielo aperto, inclusi i cassonetti per i rifiuti che “abbelliscono” le nostre strade e i mucchi di rifiuti lungo le strade delle periferie urbane? A tirare fuori slogan o a fare elaborazioni al computer, in una stanza con l’arie condizionata, sono tutti buoni; ma le ruspe e le pale manuali sotto il sole nessuno le vuole manovrare e quella burocrazia intermedia fatta da dipendenti degli enti locali ben si guarda dall’andare in giro, verificare, fare rapporti, multare, ordinare provvedimenti e, soprattutto, verificare che siano eseguiti fino in fondo. Questi dipendenti, per la gran parte, stanno al caldo, o al fresco, a seconda delle stagioni, al telefono, al telefonino, al computer, e si scambiano rapporti e mail. La PA è un esercito dove è stato abolito il grado – e la funzione – di sergente. Senza sergenti, nessun esercito funziona, poiché ufficiali e truppa si evitano a vicenda.

Oggi il Corriere della sera mette il dito su una piaga: mancan0 812 regolamenti attuativi delle riforme e dei provvedimenti varati dai governi Monti, Letta e Renzi. Le leggi ci sono, sono entrate in vigore dopo essere state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, ma sono inoperanti perché le alte burocrazie ministeriali non hanno elaborato i regolamenti attuativi. Propongo uno slogan: “la legge propone, il burocrate dispone”. Da sottoporre a Renzi, che invece vuole le risposte scritte del M5S ai suoi punti irrinunciabili sulla riforma delle legge elettorale. Una provocazione, che ha avuto l’effetto desiderato: il rifiuto di Grillo. Parole che vanno, parole che vengono. Per la gioia dei cronisti.

Non voglio dimenticare il presidente Giorgio Napolitano che fa la sua parte nella produzione di slogan. Del tipo: “Crescita: obiettivo imperioso”, oppure “L’Italia è finita se non dà lavoro”. Roba da liquefarsi.

Non tutte le ciambelle – gli slogan – riescono con il buco. Mi riferisco al primo slogan di Renzi sopra riportato. Dice che l’Europa non può diventare la “patria” della banche.  C’è un particolare: le banche non hanno patria. Una sbavatura.

Poiché, come dice Renzi, “chi si oppone, boicotta”, ecco un florilegio di titoli (che sono l’equivalente degli slogan) tratti da Il Sole 24 Ore degli ultimi giorni che danno l’impressione di vivere in un altro Paese dove le cose stanno decisamente volgendo al meglio o hanno già “cambiato verso”, ma molti titoli non riguardano fatti e decisioni, sebbene intenzioni e progetti:

Dal quotidiano del 4 luglio:

–    Draghi: mille miliardi per i crediti

–    Il Colle: crescita obiettivo imperioso

–    Italia hub farmaceutico europeo

–    Patto per la salute, trovata l’intesa

–   Venezia cerca il rilancio e nuovi leader. Sottotitolo: Probabile il voto in primavera. La drammatica eredità di Orsoni: un buco di bilancio di 40 milioni

–    Bonus, si lavora a una revisione

–   Nel lusso i gruppi italiani più redditivi di quelli esteri

Dal quotidiano del 5 luglio:

–    Tasse, meno burocrazia per 4 milioni di autonomi

–    Renzi, la Buba non interferisca

–   Il governo garantisce per l’Ilva

–   Rientro capitali con lo “sconto”

Dal quotidiano del 6 luglio:

–    Enti locali, 2 miliardi per pagare le imprese

–   Ipo in Borsa, Europa batte Usa. Italia meglio di Belgio, Svizzera e anche Germania

–   Fino a 400 euro al mese la nuova social card in otto Regioni del Sud

–   Abi-Pmi, prorogata la moratoria dei debiti

–   Fondi europei chiave per rilanciare gli investimenti

–   Consumi, segnali di vita dai saldi

–  Un pegno (credibile) sulle riforme. Sottotitolo: Dare in garanzia a Bce e Commissione 10 milioni di once d’oro delle riserve

Sotto silenzio, invece, è passata l’intervista “eretica” del governatore della Campania, Stefano Caldoro (La Stampa, 4 luglio) che, contro gli sprechi, ha proposto l’abolizione delle Regioni perché sono un doppione dello Stato. La sua proposta alternativa è la creazione di poche macro-aree dai 6 ai 10 milioni di abitanti “che diventino grandi enti di programmazione e di pianificazione”.

Idea interessante,anche se non del tutto nuova, ma irta di ostacoli. Limitatamente al territorio continentale, e posto di lasciare una certa autonomia alle “province” di Aosta e di Bolzano, avremmo comunque un bel contenzioso. Mia l’ipotesi seguente (ma io sono per l’abolizione di tutte le Regioni in quanto tali):

–  Area occidentale (Piemonte e Liguria + Sardegna): 7,69 milioni di abitanti (capitale Torino, scontentando Genova)

–   Lombardia: 9,97  milioni di abitanti (capitale Milano)

–  Area veneto-trentino-giuliana: 7,20 milioni di abitanti (capitale ideale: Verona)

–   Area appenninica centrale (Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Marche): 10,64 milioni di abitanti (capitale Firenze o Bologna)

–   Area centrale (Lazio, Abruzzo, Molise): 7,51  milioni di abitanti (capitale Roma)

–   Area meridionale (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria):12,51 milioni di abitanti (capitale Napoli)

–   Sicilia: 5,09 milioni di abitanti (ma si potrebbe accorpare all’area meridionale).

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno scritto, sul Corriere della sera del 6 luglio, che le Regioni sono il principale moltiplicatore di spesa: “E’ un federalismo costruito male e creatore di deficit. Il nuovo Senato formalizza e rafforza questo modello sbagliato”. Più chiaro di così, ma la semplificazione si camuffa di chiarezza.

Alessandro Corneli

da lsblog.it