La crisi dello Stretto di Hormuz e l’escalation militare statunitense

La crisi in Medio Oriente ha registrato una brusca impennata con la decisione dell’Autorità del Golfo Persico di decretare la chiusura totale dello Stretto di Hormuz fino a nuovo avviso, motivando il provvedimento con lo stato di aggressione perpetrato dalle forze statunitensi. La paralisi dell’arteria marittima ha innescato forti timori per la stabilità economica globale, spingendo il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ad lanciare un fermo appello congiunto con il presidente della Repubblica di Corea per chiederne l’immediata riapertura, paventando il rischio che si consolidi il pericoloso precedente di blocchi navali arbitrari da parte dei paesi rivieraschi.

Sul fronte bellico, il presidente statunitense Donald Trump ha preannunciato via social network una massiccia campagna di bombardamenti notturni, dichiarando la quasi totale distruzione dei sistemi difensivi di Teheran e ipotizzando la futura occupazione della strategica isola di Kharg per assumere il controllo dei mercati petroliferi e del gas locali. Il capo della Casa Bianca ha inoltre ventilato la possibilità teorica di un contingente di terra per una rapida conquista del Paese, ponendo come condizione per l’interruzione dei raid la firma immediata di un accordo bilaterale.

Le operazioni belliche sul campo e il bilancio dei danni

Le dichiarazioni dei vertici di Washington si sono tradotte nel lancio notturno di circa cinquanta missili Tomahawk in poco più di due ore, diretti contro installazioni radar, sistemi militari e città portuali iraniane quali Sirik, Minab e l’isola di Kish, provocando l’immediata attivazione delle contraeree a Teheran e nelle località limitrofe di Karaj, Nazarebad e Pishva. Nel teatro delle operazioni marittime e regionali si registrano danni rilevanti e vittime: un ordigno americano ha affondato una chiatta commerciale da 150 tonnellate al largo del Golfo dell’Oman, mentre tre marinai indiani sono deceduti a seguito del bombardamento di una petroliera battente bandiera di Palau. Per ritorsione, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha sferrato controffensive mirate, rivendicando il bombardamento di 18 siti militari statunitensi dislocati nelle basi aeree di Ali Al-Salem e Ahmed Al-Jaber in Kuwait, e nella Sheikh Isa Air Base in Bahrein, dove si è registrato il ferimento lieve di una bambina. Nel contempo, l’esercito giordano ha intercettato e abbattuto 20 missili iraniani diretti verso l’area di Azraq, neutralizzando la minaccia senza riportare danni collaterali a terra.

Lo stallo dei canali diplomatici e le posizioni di Teheran

Sul versante negoziale si registra una netta divaricazione informativa e politica. Il ministero degli Esteri iraniano ha definito i bombardamenti statunitensi come atti criminali che privano di qualsiasi significato le ipotesi di cessate il fuoco, intimando agli stati confinanti di non concedere il proprio territorio per le operazioni alleate. Nonostante i tentativi di mediazione internazionale promossi da grandi attori quali Cina, Russia, Turchia e Arabia Saudita, che esortano al ritorno al tavolo delle trattative per salvaguardare la macroeconomia globale, e la persistenza degli sforzi diplomatici dichiarati dal Pakistan, Teheran ha smentito categoricamente le indiscrezioni diffuse dai media americani circa la sussistenza di colloqui segreti.

Tramite l’agenzia di stampa Fars, vicina ai Pasdaran, la dirigenza iraniana ha ribadito l’assenza di contatti diretti con Trump e la totale fermezza sulle proprie linee rosse, affermando che non vi sarà alcuna retrocessione dalle richieste principali del governo e ipotizzando che la controparte statunitense sarà alla fine costretta a cedere alle condizioni poste dalla Repubblica Islamica.

Eliza Anton