Il Terzo Assente o il Convitato di Pietra: L’Equidistanza del Giudice. Il cuore pulsante della democrazia liberale risiede nell’articolo 111 della nostra Costituzione, che recita: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”. Tuttavia, la realtà odierna del sistema giudiziario italiano presenta un’anomalia strutturale: il giudice (chi decide) e il pubblico ministero (chi accusa) appartengono allo stesso corporazione professionale, condividono lo stesso organo di autogoverno (il CSM) e possono, seppur con i limiti delle recenti riforme, passare da una funzione all’altra.

Sostenere il “SÌ” alla separazione delle carriere non significa voler sanzionare la magistratura, ma dare piena attuazione al principio della terzietà. In un sistema accusatorio moderno, il giudice non può essere il “collega d’ufficio” dell’accusa. Deve essere una figura psicologicamente e culturalmente distante da entrambe le parti per garantire che il cittadino sia davvero giudicato da un arbitro sopra le parti.

La Fine del “Monolito” Giudiziario

Uno degli argomenti principali contro la riforma è il timore che il Pubblico Ministero, una volta separato dal giudice, finisca sotto il controllo dell’esecutivo. Si tratta di un timore infondato. Il progetto di riforma prevede infatti la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, entrambi dotati delle medesime garanzie di indipendenza previste oggi.

L’obiettivo è rompere quel “senso di appartenenza” che troppo spesso vede giudici e PM muoversi in sintonia burocratica. La separazione serve a restituire al PM la sua natura di parte processuale, seppur pubblica, e al giudice il ruolo di garante esclusivo e solitario della libertà del cittadino. La parità delle armi tra accusa e difesa auspicata rimarrà un mero miraggio finché l’accusatore siederà, metaforicamente e fisicamente, più vicino al giudice di quanto non possa fare l’avvocato difensore.

L’Evoluzione del Modello Accusatorio

Dal 1989 l’Italia ha adottato il rito abbreviato e il modello accusatorio (Codice Vassalli), ma non ha mai completato la transizione istituzionale necessaria per farlo funzionare. In un sistema accusatorio, il processo si costruisce in aula. Se il giudice condivide la stessa cultura professionale e le stesse dinamiche di carriera del PM, esiste il rischio inconscio di una “solidarietà corporativa” che può influenzare la valutazione delle prove.

Separare le carriere significa formare magistrati con vocazioni diverse:

  • Il PM come specialista dell’investigazione e dell’accusa.
  • Il Giudice come specialista della valutazione critica e del distacco e dell’equidistanza.

Questa specializzazione non indebolisce la giustizia, la rende più efficiente e meno soggetta a errori giudiziari derivanti da una visione “unidirezionale” del procedimento penale.

Per comprendere appieno la necessità della riforma, è indispensabile alzare lo sguardo oltre i confini nazionali. Nel panorama delle grandi democrazie occidentali, l’Italia rappresenta una singolarità: siamo uno dei pochissimi Paesi in cui, pur essendoci un sistema processuale di tipo accusatorio, persiste un’unica carriera per chi accusa e chi giudica.

Il Modello Anglo-Sassone (Common Law)

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, la separazione non è solo funzionale, ma genetica. Il Giudice e il Pubblico Ministero (o District Attorney) appartengono a mondi professionali totalmente distinti.

  • Stati Uniti: Il PM è spesso una figura elettiva o di nomina politica, mentre il giudice è un arbitro silente che garantisce il rispetto delle regole. Non esiste alcun passaggio tra le funzioni: un PM che volesse diventare giudice deve sottoporsi a un processo di selezione (o elezione) completamente diverso.
  • Regno Unito: Il sistema è ancora più netto. L’accusa è affidata al Crown Prosecution Service, mentre i giudici provengono quasi esclusivamente dalle fila degli avvocati più esperti (Barristers).

Il Modello Europeo (Civil Law)

Anche restando all’interno della nostra tradizione giuridica, gli esempi di separazione sono la norma, non l’eccezione:

  • Portogallo: È spesso citato come il modello più simile a quello proposto in Italia. Esistono due carriere distinte e due distinti organi di autogoverno (il Consiglio Superiore della Magistratura per i giudici e il Consiglio Superiore del Pubblico Ministero). Questa struttura non ha affatto intaccato l’indipendenza dei PM portoghesi, che continuano a condurre indagini di alto profilo senza interferenze politiche.
  • Francia: Sebbene i magistrati appartengano tecnicamente a un corpo unitario, la distinzione tra magistrats du siège (giudici) e magistrats du parquet (accusa) è profondamente radicata nella formazione e nella pratica, con percorsi di carriera che tendono a non incrociarsi mai.
  • Spagna: Il sistema prevede una separazione netta tra le carriere e gli organi di gestione, garantendo che il ruolo del PM sia chiaramente distinto da quello del giudicante sin dal momento del concorso e della formazione iniziale.

La Lezione delle Corti Europee

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha più volte sottolineato che l’imparzialità del giudice non deve essere solo soggettiva, ma anche oggettiva. Nelle sentenze della Corte di Strasburgo emerge spesso il concetto di “apparenza”: se un ordinamento permette una contiguità eccessiva tra accusatore e decisore, viene meno quella fiducia che il tribunale deve ispirare in una società democratica.

Mantenere l’unicità delle carriere in un sistema che dal 1989 vorrebbe essere accusatorio crea un corto circuito: abbiamo importato il “motore” o il software del processo americano (il confronto tra parti contrapposte) lasciando però la “carrozzeria” l’hardware del vecchio sistema inquisitorio (PM e Giudice sotto lo stesso tetto).

Allinearsi alla Modernità

Il confronto internazionale ci dice che la separazione delle carriere non è un attacco all’indipendenza della magistratura, ma la condizione necessaria per la sua piena legittimazione. Laddove le carriere sono separate, il giudice è più forte perché è percepito come autenticamente terzo, e il PM è più responsabile perché la bontà del suo lavoro è vagliata da un occhio davvero esterno.

Votare “SÌ” significa, in ultima analisi, far uscire l’Italia da una zona d’ombra istituzionale e portarla finalmente al passo con le più grandi civiltà giuridiche del mondo.

Nonostante l’evidenza internazionale, il dibattito sulla separazione delle carriere è spesso ostacolato da alcuni “falsi miti” che è necessario chiarire per permettere ai cittadini una scelta consapevole.

Il rischio di un PM “sotto il controllo del Governo”

L’obiezione principale sostiene che, separando il Pubblico Ministero dalla magistratura giudicante, l’accusa finirebbe inevitabilmente nell’orbita del potere esecutivo. Questo non risponde a Verità. L’indipendenza non deriva dall’appartenenza allo stesso organo dei giudici, ma dalle garanzie costituzionali. La riforma prevede esplicitamente la creazione di un CSM della Magistratura Requirente che godrebbe delle stesse identiche garanzie di autonomia previste per i giudici. Il PM resterebbe un magistrato indipendente, con l’obbligo di esercitare l’azione penale senza ricevere ordini dal Ministro della Giustizia.

La perdita della “Cultura della Giurisdizione”

Molti detrattori affermano che il PM debba restare “giudice” nella mente per evitare di trasformarsi in un “super-poliziotto” ossessionato dalla condanna. In realtà, la cultura della giurisdizione non si perde separando le carriere, ma si rafforza. Un PM che sa di dover sottoporre le proprie indagini a un giudice strutturalmente distante è spinto a una maggiore qualità investigativa e a un più rigoroso rispetto delle garanzie. Al contrario, la commistione attuale rischia di creare un appiattimento acritico del giudice sulle tesi dell’accusa, riducendo il processo a una verifica formale di un lavoro svolto “tra colleghi” soprattutto nella nell’adozione di misure cautelari e restrittive alla libertà personale o di natura patrimoniale.

Il falso problema del passaggio di funzioni

Si dice spesso che il passaggio da PM a Giudice sia già oggi limitatissimo dalle leggi attuali. Se è vero che i passaggi sono numericamente diminuiti, rimane il problema della formazione comune e dell’associazionismo unico. Finché i magistrati faranno parte delle stesse “correnti” sindacali e frequenteranno le stesse scuole di formazione, la separazione sarà solo di facciata. La riforma punta a creare una distinzione professionale sin dal concorso d’accesso, garantendo che chi decide di fare il giudice abbia una forma mentis rivolta all’imparzialità, e chi decide di fare il PM si dedichi esclusivamente all’efficacia dell’azione penale nel rispetto delle leggi.

 Un SI per la Trasparenza

Separare le carriere non significa creare un PM “punitivo” o un giudice “debole”, ma dare a ciascuno il suo ruolo naturale. Significa passare da un sistema di corporazione a un sistema di garanzia.

Votare alla separazione delle carriere significa scegliere un processo in cui la prova si forma nel contraddittorio, dove il cittadino non si sente schiacciato da un blocco monolitico di potere e dove il Giudice è, finalmente, il custode solitario e silenzioso della legge. È una riforma che non toglie nulla alla magistratura, ma restituisce tutto ai cittadini: la certezza di un arbitro veramente imparziale.

 

La Dignità della Difesa e la Percezione del Cittadino

La giustizia non deve solo essere fatta, deve anche sembrare essere fatta.

La percezione di un’eccessiva vicinanza mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Il “SÌ” alla separazione è un atto di rispetto verso l’avvocatura e, di riflesso, verso il cittadino. Equiparare realmente le posizioni di accusa e difesa davanti al giudice è l’unico modo per trasformare il processo da una “corsia preferenziale” per la Procura a un vero confronto dialettico. Solo con carriere distinte il giudice potrà esercitare quel rigore critico necessario verso l’operato del PM, senza il timore di sconfessare un collega con cui condivide il destino professionale.

Non si tratta di una battaglia ideologica, ma di un adeguamento agli standard delle più avanzate democrazie occidentali. La separazione delle carriere è il tassello mancante per rendere la nostra giustizia veramente moderna, trasparente e giusta. È il momento di superare le resistenze corporative e mettere al centro del sistema non il potere dei magistrati, ma il diritto del cittadino a un giudizio imparziale.

Piero Lorusso

Avvocato Cassazionista e Abilitato presso le Magistrature Superiori

Full Professor Criminal Law