«Stat crux dum volvitur orbis», la croce resta salda mentre il mondo cambia; è la storia del Cristianesimo racchiusa nelle cinque parole del motto dei certosini ed è al tempo stesso la fotografia della situazione che si è presentata, levando lo sguardo oltre il casco, agli occhi increduli dei soccorritori. In mezzo all’odore di bruciato, al caos delle macerie fumanti e ai getti d’acqua degli idranti ecco un dettaglio che conferisce alla scena un’atmosfera mistico apocalittica: la struttura portante e l’altar maggiore con la grande Croce dorata sono miracolosamente salvi. Due raggi di luce entrano obliqui a illuminare la scena, nessun regista avrebbe potuto costruire un set più efficace, e l’imponderabile assume significato agli occhi di chi lo coglie.
Alcune opere sono recuperabili, molte altre scomparse nelle fiamme La corona di spine di Cristo, custodita tradizionalmente a Notre-Dame, è stata tratta in salvo, così come la tunica di San Luigi. Oggetti questi, di inestimabile valore oltre che storico artistico anche religioso.
Altre opere, riunite nella sagrestia, hanno potuto essere salvate dalle fiamme, come spiega Le Figaro, ma al momento ancora nessun registro ufficiale ha potuto essere stilato. Il sottosegretario all’Interno, Laurent Nunez, ha reso noto che la struttura «tiene bene», ma sono state individuate «vulnerabilità» nell’edificio, soprattutto nella volta e in un timpano del transetto nord che «deve essere messo in sicurezza».
Invece, secondo Patrick Chauvet rettore della cattedrale, i “grand mays” donati ogni anno alla cattedrale tra il 1630 e il 1707 dagli orafi della città, non hanno potuto essere staccati dalle pareti.
Ne esistevano 76, di cui 13 esposti al pubblico a Notre-Dame. Tra questi “San Pietro risana gli infermi con la sua ombra” e la “Conversione di San Paolo” di Laurent de la Hyre, “La Crocifissione di Sant’Andrea” e la “Lapidazione di Santo Stefano” di Charles Le Brun.
Sono fortunatamente sfuggite alle fiamme le sedici statue di rame che ornavano la guglia, rappresentanti i 12 apostoli e i 4 evangelisti in quanto erano state rimosse alcuni giorni prima per essere restaurate.
Incertezza circa lo stato delle vetrate; sotto l’effetto del calore e la caduta di alcuni elementi strutturali molta parte di esse è andata distrutta anche a causa delle alte temperature che hanno provocato lo scioglimento del metallo usato per tenere insieme i vetri colorati e creato così un effetto esplosione, come ha affermato il vicario generale, entrato tra i primi nella struttura.
Recuperabili paiono in parte i rosoni: i più grandi hanno 13 metri di diametro, al loro interno sono raffigurati profeti, santi, angeli, re e scene di vita dei santi. I tre rosoni portano al centro le rappresentazioni, rispettivamente, della Vergine, del bimbo Gesù e della Maestà del Signore, essi rappresentano i fiori del paradiso, sono stati realizzati nel XIII secolo e rinnovati a più riprese.
S’ignora tuttora lo stato in cui versano altre opere come la “Vestizione” di Jean Jouvenet (1716) e il “San Tommaso d’Aquino” di Antoine Nicolas (1648).
Anche per i tre organi si nutre grande preoccupazione, in particolare per quello maggiore, con cinque tastiere, 109 registri e 8mila canne, che comunque pare sia salvo; lo strumento, che ha subito numerosi interventi di restauro nel corso dei secoli, aveva attraversato indenne persino la
Rivoluzione francese. A rischio sono in particolare le sue canne, fabbricate in una lega di stagno e piombo che mal sopporta calore e variazioni di pressione.
Dalle prime immagini degli interni, anche parte dell’altare sembra essere rimasta in piedi, con la croce dietro di esso e le statue di Luigi XIII e Luigi XIV che sembra abbiano resistito.
Sicuramente perduta è la flèche, costruita a partire dal 1860 su progetto di Viollet-le-Duc. Quella precedente, realizzata verso il 1250, venne distrutta dalle devastazioni della Rivoluzione francese, la nuova guglia era stata ideata sul modello quella della cattedrale di Orléans del 1852, basata a sua volta su una del XIII secolo. In cima alla guglia ottocentesca c’era un gallo che conteneva tre reliquie posizionate il 25 ottobre 1935 dall’arcivescovo cardinale Verdier: una parte della Corona di Spine, una reliquia di Saint Denis e una di Sainte Geneviève, i due santi patroni di Parigi. Persi anche il tetto e il sottotetto.
Da verificare è lo stato della statua monumentale, posta dietro l’altare, della Pietà scolpita da Nicolas Coustou tra il 1712 e il 1728 su ordine di Luigi XIV. Sul muro occidentale della cappella di san Guglielmo si trovava una delle tele più belle di Notre-Dame: la Visitazione (Il Magnificat) diJean Jouvenet (1716), uno dei pochi resti della decorazione barocca della cattedrale.
Il ministro della Cultura, Franck Riester, ha annunciato che il restauro «durerà mesi e anni» e i dipinti danneggiati dal fumo a partire da venerdì verranno trasportati al Museo del Louvre per essere restaurati.
Immagini apocalittiche ed iconoclastiche, quelle della cattedrale di Notre Dame che va in fiamme, simbolo della cristianità anche per chi non è credente, cuore della civiltà europea, scrigno della sua arte, immagini che fanno soffrire e insieme riflettere sul destino dell’Europa tutta, che rappresentano il nostro presente, sospeso, così come le sue manifestazioni artistiche, tra distruzione
e ricostruzione
Erika Kant
