stor_14654278_50090Dopo la pubblicazione dell’articolo dell’altro giorno “Palermo – Registi impostori, comparse balorde” …Massimo Ciancimino ci ha indirizzato un messaggio – tramite commento al post – piuttosto confuso con il quale precisa di non essere stato mai condannato né imputato per mafia “mi sono imputato per favoreggiamento esterno attraverso mio padre, accuse per fatti risalenti al 1992”.

Ciancimino non è veneziano quindi “mi” non sta per “io”. Quindi sembrerebbe che si sia imputato da sé stesso. Cosa che capita talvolta ai pentiti nella foga delle rivelazioni. Ma un mafioso (“interno” o “esterno” che sia) non sembra che sia o sia stato “meno mafioso” per il fatto che si accusi da sé di esserlo. Ma il concetto rimane eugualmente ingarbugliato.

 

Ma non è il caso di scervellarsi nella interpetrazione dei concetti giuridici di Massimo Ciancimino, il quale, del resto ci ha scritto non tanto per intavolare una discussione sul nuovo diritto antimafia, quando per annunciare, cosa che fa alla fine della missiva “di aver dato incaricato ai suoi legali di sporgere querela…”.

Bene, andremo in Tribunale e vedremo come andrà a finire. Cosa che, con i tempi della giustizia italiana, alla mia età posso considerare un augurio.

Ma, insomma, questo Ciancimino di che si duole? La sua precisazione riguarda i suoi precedenti giudiziari e sembra voler riaffermare che lui per mafia non è stato mai condannato. Bene, le vicende giudiziarie di Massimo Ciancimino ci hanno lasciato sempre indifferenti. Semmai ci sembra che l’argomento ricalchi significativamente quelli addotti dall’Agenda Rossa n. 1, il “Fratello della Vittima”, Ing. Salvatore Borsellino all’intervistatore Umberto Lucentini sull’”abbraccio” con Ciancimino avvenuto il 19 luglio, anniversario della strage di Via D’Amelio. L’Ingegnere Fratello, di fronte alla contestazione della inopportunità di quell’abbraccio aveva risposto “per Ciancimino imputato aspetto quello che deciderà la Magistratura, dato che ancora non ci sono sentenze…”.

Non avendo abbracciato Ciancimino, né avendo intenzione di farlo, per commentare, come in vario modo hanno fatto, in genere non benevolmente, agenzie e giornali, quell’abbraccio che ha caratterizzato, ahimè, tutta la cerimonia, abbiamo però osservato che Massimo Ciancimino assai bene si presta al ruolo di icona dell’”Antimafia Devozionale”, dell’oltranzismo antimafia delle Agende Rosse e del processo per il “tentativo di subire il ricatto della mafia”.

“Un mafioso pentito è più adatto a divenire un’icona del nuovo culto…” che non, magari un giurista che voglia perseguire la mafia rimanendo, magari “negazionista” dell’ultrafamosa “trattativa”.

Deve essere questa inquadratura nel ruolo del mafioso pentito, ancorché assunto agli onori degli altari antimafiosi che deve aver indotto il Nostro a scomodare i suoi legali, impegnati in tanti complicati processi e redigere l’annunciata querela in nostro danno.

Ora non mi sembra che vi sia dubbio che Massimo Ciancimino debba essere incluso, nella categoria dei pentiti, della quale, del resto non credo proprio che vorrà mettere in discussione meriti e prestigio. A descrivere Massimo Ciancimino come un tipico pentito è proprio la testimonianza dell’Ingegner Fratello S. Borsellino: “mi ha detto che ha deciso di collaborare con la Giustizia perché suo figlio non debba in futuro vergognarsi del cognome che porta”. Nelle storie di pentiti e pentimenti c’è quasi sempre un figlioletto per amore del quale il padre ha deciso di lasciare il crimine per conoscere la retta via ed i benefici relativi.

Pentito, dunque, è fuori discussione. Ma Ciancimino pentito, ed, anzi, superpentito collaboratore di Giustizia, rifiuta la qualifica di (ex) mafioso. Pentito ma immacolato.

Ma, allora, pentito di che cosa?

E, soprattutto di che cosa va parlando Ciancimino al “processissimo” della “trattativa”, se lui non è stato mai mafioso (“punciuto” o meno, uomo d’onore o picciotto…). E quei papelli, di cui sarebbe stato messo a parte da Don Vito, ne “intuiva” soltanto l’esistenza? E i soldi in Romania o che vengono fuori altrove, (e quelli che, magari non vengono fuori) lasciatigli dal padre, quelli a cui avrebbe “rinunziato” coraggiosamente (ed altri eventuali) erano (e sono) “soldi puliti”?

Ma, insomma, se dovevamo parlare di Massimo Ciancimino “pentito e collaboratore”, come potevamo “sopprimere” il mafioso, il ruolo che aveva preceduto quello salvifico dell’icona antimafia?

E ritorna l’interrogativo: di che si duole Ciancimino, il superteste del superprocesso della “trattativa”, che ha fatto, come dice l’Ingegner Fratello, la “scelta coraggiosa” per lasciare un cognome pulito al figlioletto, delle cose da noi dette sul suo conto? Forse non gli va il paragone con un altro santo, un grande pentito della storia del Cristianesimo, Paolo il Tarso? Se è per questo possiamo assicurarlo che Paolo di Tarso non era affatto un malvivente, anche prima della conversione, e che la sua figura è, invece addirittura venerata, perché non è altri che San Paolo, che condivide con San Pietro, gli onori massimi della Chiesa e il patronato della Città di Roma.

Possiamo anche assicurarlo che “icona” non è una parolaccia né un insulto.

Ci resta una certa curiosità in ordine a quel “favoreggiamento esterno attraverso il padre”. Una curiosità da pignoli del diritto. Ma non sarà certo Ciancimino, che potrà, soddisfarla.

Semmai potrà spiegarci che ci faceva con quell’esplosivo per il quale è stato condannato a tre anni (se non si tratta di esplosivo mafioso sarà stato, dunque, messo da parte per un partita di pesca di frodo?). E potrà spiegarci qualcosa di quell’operazione di riciclaggio di soldi (non mafiosi?) in quel di Rieti, la cui notizia è fresca di stampa?

Ne parleremo al processo.

Mauro Mellini

www.giustiziagiusta.info