Poche righe, per consentirmi di intervenire nel dibattito pubblico sulla importanza delle élitenel governo di una società moderna, aperta, evoluta e competitiva, nel mondo globalizzato ed interconnesso del XXI sec.
In ogni tempo, che piaccia o meno, qualsiasi società, anche quella democratica, non può fare a meno di persone di elevata caratura professionale. Nel pensiero Occidentale, fin da Platone e Aristotele, per passare attraverso Macchiavelli, al liberalismo classico (Stuart Mill), ed infine agli inizi del Novecento con Schumpeter e Pareto, è dimostrato – come ho raccontato nel mio ultimo libro uscito lo scorso dicembre ed intitolato “Fondamenti di meritocrazia” – che qualsiasi comunità progredita abbia la necessità di poter contare, nella politica, nell’economia e nell’amministrazione pubblica, su uomini di talento e di ingegno, culturalmente preparati, i quali sappiano interpretare le sfide del futuro, senza alcuna autoreferenzialità, mettendo a disposizione di tutti il proprio sapere.
Questo, perché è appunto il sapere la fucina delle idee, delle innovazioni, delle scoperte, della realizzazione di nuovi prodotti e modelli e, in poche parole, dell’elabora-zione delle soluzioni giuste ai problemi complessi nel mondo d’oggi.
E’ deve esser dato ai migliori tutto lo spazio che meritano per produrre, garantiti dalla legge e dalla giustizia, che tuteli la proprietà e il contratto, contro chi vuole usurparne la libertà di fare, violando i diritti conquistati con laborioso impegno. La res pubblica, con i propri uffici, deve accompagnare l’iniziativa privata, dando con efficienza i servizi complementari che necessitano, senza costi (e tasse) esorbitanti.
La questione è in fondo molto semplice: per poter assicurare lo sviluppo economico in un qualsiasi Paese è necessario affidarsi a donne e uomini preparati, non a lacché, o a mediocri, né tantomeno ad incompetenti. Ed è solo la cultura e la formazione, tramite l’investimento nella scuola e nella ricerca, a poter rappresentare la chiave di volta per l’uscita da uno stato di stagnazione, se non di recessione. Tutto ciò ovviamente comporta che vengano messi da parte gli inadeguati, per lasciar spazio agli adeguati per i compiti di direzione suprema di imprese ed amministrazioni.
Termino, ricordando il pensiero di Alexis de Tocqueville: “Istruire la democrazia, ravvivare, se possibile, le idee, purificare i costumi, regolarne i movimenti, sostituire a poco a poco la scienza dei pubblici affari all’inesperienza, la conoscenza dei suoi reali interessi al cieco istinto, adattare il suo governo ai tempi e ai luoghi, modificarlo secondo le circostanze e gli uomini: questo è il primo dovere imposto ai nostri giorni a coloro che dirigono la società”.
Eppur, da troppi anni ormai, di un simile pensiero, siamo dimentichi …
Lorenzo Ieva, Magistrato TAR e dottore di ricerca in diritto dell’economia da leoniblog.it
