Il vento gelido che spira da est porta con sé non solo il fragore dei combattimenti, ma anche l’eco silenziato di voci coraggiose.

La recente, straziante scoperta del corpo di Viktoriia, la giornalista scomparsa e ritrovata senza vita e priva di organi, è una ferita profonda nel cuore della comunità internazionale e un monito agghiacciante sulla brutalità inaudita che ha raggiunto la guerra moderna.

Viktoriia, con la sua instancabile ricerca della verità nelle zone più oscure del conflitto, incarnava il ruolo cruciale del giornalismo in tempo di guerra, quello di testimone oculare, di voce per chi non ne ha, di faro nella nebbia della propaganda.

La sua tragica fine invoca con forza il diritto internazionale, un sistema di norme che dovrebbe tutelare ogni essere umano, con ancora maggiore enfasi i prigionieri di guerra e, in modo specifico, i giornalisti che operano in contesti bellici.

Le convenzioni internazionali sono chiare, i prigionieri di guerra devono essere trattati con umanità in ogni circostanza, protetti da violenze, intimidazioni, insulti e curiosità pubblica.

Ogni atto od omissione che ne metta in pericolo la vita o la salute è severamente proibito.

Per i giornalisti in zona di guerra, pur non essendo combattenti, il diritto internazionale umanitario prevede protezioni specifiche.

Essi sono civili e, in quanto tali, non devono essere oggetto di attacchi.

La loro libertà di movimento e la loro capacità di informare sono essenziali per garantire la trasparenza e la responsabilità in scenari di conflitto.

La vicenda di Viktoriia, con la sua orribile mutilazione, non è un caso isolato.

Essa si inserisce in un contesto di crescente crudeltà che sembra aver superato ogni limite etico e giuridico.

Le guerre contemporanee sono teatro di atrocità riconosciute a livello internazionale come torture, trattamenti inumani e degradanti, sparizioni forzate e uccisioni sommarie.

Questi crimini, che violano le fondamenta del diritto umanitario e dei diritti umani, vengono perpetrati con una frequenza allarmante, spesso nel silenzio assordante della disinformazione.

Assistiamo a una perversione del linguaggio che deforma la realtà in modo inquietante.

Le “guerre” vengono eufemisticamente definite “missioni di pace”, la “tortura” è mascherata da “prigionia”, e l’obbligo di combattere è presentato come una “scelta volontaria”.

Questa manipolazione della comunicazione è un’arma potente che mira a offuscare la verità, a rendere accettabile l’inaccettabile e a erodere la nostra capacità di indignazione.

La narrazione dei conflitti è sempre più frammentata e soggettiva, alimentata da una propaganda che mira a polarizzare l’opinione pubblica e a demonizzare il nemico.

I dati oggettivi, le testimonianze indipendenti e il lavoro scrupoloso dei giornalisti come Viktoriia,  diventano un ostacolo per chi ha interesse a mantenere l’oscurità.

 

 

 

 

 

Il sacrificio di Viktoriia non deve essere vano, la sua memoria ci spinge a una riflessione profonda sulla deriva disumanizzante della guerra, sulla necessità di difendere con fermezza il diritto internazionale e sulla responsabilità di ciascuno di noi nel ricercare e diffondere la verità, smascherando le narrazioni distorte e le atrocità silenziate.

Il suo martirio sia un monito per la comunità internazionale affinché non si volti dall’altra parte di fronte alla barbarie e si impegni con rinnovato vigore per la giustizia e per la protezione di chi, con coraggio, cerca di illuminare le zone d’ombra del conflitto.

Con il cuore spezzato, non ci resta che salutare Viktoriia Roshchyna, una collega strappata alla vita a soli 27 anni, un’età vibrante di sogni, di progetti, di un futuro ancora tutto da scrivere, invece del cammino luminoso che le si prospettava, Viktoriia ha incontrato l’orrore, il dolore indicibile delle torture, confermato dagli esami medici che hanno reso necessaria l’identificazione tramite il DNA, su un corpo martoriato.

I segni di una brutalità inaudita, culminata nella privazione del cervello, degli occhi e della laringe, ci lasciano attoniti e colmi di sdegno.

Ora, tristemente, Viktoriia sarà ricordata anche per un numero, un freddo identificativo “757” attribuitole da mani ignare.

Cara Viktoriia, che la terra ti sia lieve, il tuo sacrificio non sarà dimenticato, la tua sete di giustizia e la tua dedizione al racconto dei fatti continueranno a vivere nella memoria di chi crede ancora nel potere della verità e nell’umanità.

Riposa in pace, piccola e coraggiosa guerriera dell’informazione.

Carmelo Antonio Terzo